Mattia Perin, La solitudine del numero uno

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Il portiere, si sa, vive una solitudine diversa da quella di tutti gli altri calciatori. Maglia di un altro colore, guanti alle mani, allenamenti in disparte. Se un attaccante sbaglia nove gol ma segna il decimo, diventa l’idolo della curva; se il portiere commette un solo errore, la partita è compromessa. Fino a qualche anno fa, per Mattia Perin — una bacheca importante con la Juventus che vanta una Supercoppa italiana (2018), un Campionato italiano (2018-2019), una recentissima Coppa Italia (2023-2024) e il premio individuale come Miglior portiere (2011-2012) — l’errore era un mostro da cui fuggire. «Avrei preferito strapparmi la pelle di dosso piuttosto che sbagliare», ha confessato l’estremo difensore bianconero durante un affollatissimo incontro al Salone del Libro di Torino, dove è intervenuto come ospite d’eccezione della sua mental coach, Nicoletta Romanazzi. Un dialogo senza filtri che ha ridefinito il concetto di successo, fallimento e salute mentale nello sport e nella vita di tutti i giorni.

La storia del loro legame è iniziata otto anni fa in un piccolo circolo di Torino, davanti ad appena quaranta persone, ben lontano dai palcoscenici a cui Perin era abituato. In quel periodo, il portiere stava vivendo il momento più buio della sua carriera: cinque anni di interventi chirurgici, più tempo passatò fuori dal campo che dentro, la perdita totale della passione e il pensiero fisso di mollare tutto. Veniva già da un’esperienza fallimentare con un altro mental coach che non gli aveva lasciato gli strumenti per riemergere. «Ero finito in una specie di sabbie mobili in cui mi ero messo da solo», ha spiegato Mattia. L’incontro con Nicoletta ha cambiato le carte in tavola. Al primo appuntamento telefonico, Perin si era presentato con la tipica corazza dell’atleta d’alto livello: «Ho il nutrizionista, ho tutto, mi manca solo il mental coach per spaccare il mondo». Ma dopo un quarto d’ora di monologo frenetico, Nicoletta lo ha stoppato bruscamente: «Senti, a me è venuta l’ansia e non è roba mia. Che vogliamo fare?». Da quel bagno di realtà è iniziato il suo percorso di rinascita.

 

 

Nicoletta, che da venticinque anni lavora a stretto contatto con persone di successo, ha spiegato che il vero fulcro del suo libro è la necessità di rimanere in ascolto di se stessi senza scendere a compromessi con la propria identità. Fin da bambini tendiamo ad assimilare aspettative, ansie e desideri che non ci appartengono (dai genitori agli insegnanti) portandoli avanti come se fossero nostri. L’unico modo per essere felici, invece, è essere in linea con ciò che siamo davvero. Per un atleta esposto alla pressione mediatica come Perin, questo ha significato reimparare a conoscere le proprie emozioni e ad accettare lo sbaglio come parte integrante del gioco. Oggi, quando commette un errore in campo, Mattia non si chiude più in casa a guardare documentari per anestetizzare il cervello: si prende 10 o 15 secondi, analizza lo sbaglio in modo critico e si resetta per avere la carica necessaria ad affrontare i restanti minuti di gioco.

Il lavoro del mental coach, tuttavia, non è una pillola magica. Come ha sottolineato Perin, c’è una differenza enorme tra “sapere” una cosa e “comprenderla”. Il coach fornisce gli strumenti per l’indipendenza, ma poi serve l’azione: bisogna rimboccarsi le maniche e applicarsi ogni giorno nel tempo che passa tra una seduta e l’altra. Uno degli esercizi più complessi proposti da Nicoletta consiste nello scrivere due pagine di protocollo sui propri punti di forza. Sembra banale, ma la maggior parte delle persone (compresi i ragazzi delle scuole che Nicoletta incontra regolarmente) va in crisi dopo averne scritti appena cinque, perché siamo culturalmente abituati a focalizzarci solo su ciò che ci manca. I punti di forza sono invece le “gambe del tavolo” su cui poggia la nostra personalità, e saperli riconoscere è il primo passo per non farsi sabotare dalla propria mente.

 

Oggi il tabù della salute mentale nello sport sta crollando, ma Perin ricorda con amarezza quanti colleghi, fin dalle giovanili, siano scivolati nella depressione schiacciati dal peso delle aspettative proprie o delle famiglie. Per questo il portiere ha deciso di sfruttare la propria popolarità per sdoganare il mental coaching: chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un atto di profondo coraggio che rende più forti. Anche se un anno fa Nicoletta gli ha detto che era pronto per camminare con le sue gambe, Mattia continua a chiamarla ogni volta che avverte uno squilibrio interiore, perché il lavoro su se stessi non finisce mai. In fondo, il segreto per essere persone migliori ogni giorno, dentro e fuori da un campo da calcio, sta tutto nel comprendere un concetto fondamentale: il mondo esterno non è altro che lo specchio di quello che ci portiamo dentro.

Giulia Catena



Il Salice

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