La Fine della Fine della Storia

di Matteo Morra e Davide Savino
Il 15 maggio 2026 la redazione del Salice ha partecipato alla XXXVIII edizione del Salone del Libro di Torino.
Come ogni anno, molti autori hanno presentato i propri libri. Non è stato da meno Gabriele Segre, che ha parlato del suo trattato dal titolo “La Fine della Fine della Storia”, con ospiti il filosofo Massimo Cacciari e il direttore della Stampa Andrea Malaguti.
Nel libro Segre parte dall’idea di Fukuyama secondo cui la dissoluzione dell’URSS e l’inizio del dominio americano avrebbero portato alla fine di quei conflitti politici e di quelle contraddizioni che sono state il sale della storia, decretandone la fine. Quest’idea è stata assimilata dalle società civili europea e nordamericana: le politiche che l’Occidente ha portato avanti negli ultimi trent’anni si basano sull’assunto che le liberaldemocrazie siano il fine naturale a cui ogni società umana tende, nonché il netto confine che divide i buoni dai cattivi. In quest’ottica appare naturale che i buoni vadano a liberare gli altri popoli, anche con la forza, e che questi non possano che accogliere di buon grado i loro salvatori.
La realtà, spiega Cacciari, è che questa visione si basa sul dominio imperiale dell’America sul mondo e non tiene conto che il modello politico-istituzionale che abbiamo scelto per noi stessi è frutto della nostra storia e della nostra cultura, mentre esistono nel mondo popoli con storie millenarie diversissime dalla nostra, che naturalmente vedranno i sedicenti liberatori nient’altro che come invasori.

Questo non significa, precisa Segre, che il sistema liberaldemocratico, tanto importante nella nostra società, non sia meglio dei totalitarismi, anzi, siamo tutti contenti di essere nati in questa parte del mondo, ma che per un popolo che non l’ha mai provato questa affermazione non appare ovvia come lo è per noi. Tutte le liberaldemocrazie durature, infatti, nascono da una rivoluzione spontanea in cui un popolo si unisce per cambiare le istituzioni del proprio paese, eventualmente con un aiuto esterno, che però non è mai la spinta principale. Quando gli occidentali rovesciano un regime, pur totalitario e spietato, la popolazione locale li percepisce come invasori nonostante i loro nobili ideali, perché, a conti fatti, non è che un’ingerenza nella politica interna di un paese in cui i tempi non erano ancora maturi per la rivoluzione liberale. L’esito è analogo a quello ottenuto da Napoleone a Napoli, quando, dopo il tentativo di esportare la rivoluzione in tutta la penisola italiana, ottenne di ritorno una violenta opposizione sfociata in rivolta.
La fine della storia dunque non era che una mera illusione da cui l’Occidente ha iniziato a riprendersi solo di recente, a seguito di eventi traumatici, come guerre e crisi diplomatiche, veri e propri “schiaffi,” secondo la definizione di Cacciari, che hanno risvegliato europei e nordamericani, facendo capire loro che la storia è tutt’altro che finita.
Il periodo che stiamo attraversando si configura dunque come una vera e propria crisi delle certezze per la nostra società: il mondo sta cambiando molto rapidamente, diventando qualcosa che non riconosciamo e in cui non ci riconosciamo, ma in cui non possiamo che imparare a vivere.
Secondo Cacciari, l’unico modo per non vivere in uno stato di guerra costante in cui le liberaldemocrazie tentano di imporre il proprio modello fallendo e riprovando all’infinito è accettare l’esistenza di vari spazi politici in un mondo multipolare. Possiamo certamente, e forse addirittura dobbiamo, difendere il sistema liberaldemocratico in cui viviamo bene, ma accettando contemporaneamente che popoli diversi in diverse parti del mondo abbiano un proprio ordinamento politico-istituzionale e un proprio schema valoriale, senza che per questo dobbiamo imporgli i nostri valori né collocarli tra i “cattivi”.

Piuttosto che pensare di esportare il modello liberaldemocratico altrove, secondo Cacciari, dovremmo prima cercare di realizzarlo in casa nostra. Per esempio, tra i valori fondanti di tale ordinamento c’è senza dubbio il tanto decantato “stato di diritto”, cioè l’idea secondo cui lo stato debba intervenire nelle faccende private in difesa dei diritti dei cittadini, regolando conflitti in modo da sostituire la legge del più forte con un insieme di regole ordinate. Tuttavia, recentemente tutti i paesi occidentali si sono focalizzati esclusivamente sui diritti individuali, tralasciando l’importante questione dei rapporti di forza. La conseguenza è che oggi in Occidente il diritto è diviso: esiste quello del sottosuolo, dedicato ai comuni mortali, che rispettano regole e principi liberali, ed esiste quello dei grandi tecnocrati, che si autoregolano in barba ad ogni possibile patto sociale. E’ indicativo che le quattro più grandi aziende americane l’anno scorso abbiano investito 430 miliardi di dollari in intelligenza artificiale, mentre l’intera manovra di bilancio italiana nel 2025 ne valeva 22.
Solo dopo aver attualizzato il modello liberaldemocratico nel proprio spazio politico, l’Occidente potrà pensare di renderlo attrattivo, nella speranza che, spontaneamente, altri popoli cambino senza nessuna imposizione il proprio ordinamento, ma fino ad allora l’idea di poterlo addirittura esportare con la forza è pericolosa per l’ordine mondiale, nonché per la tenuta stessa delle nostre democrazie.




