25 anni in un Ricordo

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Safe in the light that surrounds me 

L’anno nuovo è arrivato e come iniziarlo al meglio se non recensendo uno dei concept album migliori mai scritti nella storia della musica. Questo disco, uscito il primo gennaio del 1999, è stato composto da un gruppo che ha segnato il genere progressive-metal. Cari lettori, benvenuti nella recensione di “Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory”.

 

Prima di iniziare a parlare delle canzoni che lo compongono  analizziamo la trama di questo capolavoro. Per coloro che non lo sanno, infatti, un concept album è un disco le cui canzoni sono connesse per raccontare una storia. Nel caso di Metropolis, viene narrato un racconto giallo con elementi di fantasia, come la risurrezione spirituale. La vicenda inizia con Nicholas, il protagonista, in una seduta dallo psicoterapista poiché durante la notte lo affliggono degli incubi raffiguranti una ragazza in una casa che si guarda allo specchio, sogni che parlano di un omicidio. Sotto ipnosi, quindi, il nostro personaggio principale entra nei panni di questa ragazza e capisce ciò che deve fare: Victoria, è stata vittima di un assassinio che si crede sia stato risolto e Nicholas vuole togliere l’ombra di mistero dal caso, grazie alle visioni, ai giornali e alle fonti trovate. La trama è abbastanza lunga, ma il finale merita molto. Trovata sensazionale anche il fatto che ci sono tantissimi riferimenti musicali e di trama di “Metropolis pt. 1: The Miracle and The Sleeper”, canzone che ha convinto il gruppo a fare un sequel sotto forma di concept, spinto dai fan.

Procediamo parlando delle canzoni. L’album è diviso in 2 atti, ognuno contenente diverse scene, alcune formati da anche 2 parti.

Il disco si apre con “Regression”, una leggera introduzione dal suono Pinkfloydiano che ci fa entrare nell’atmosfera di questo capolavoro. Subito dopo segue “Overture 1928”, una brano strumentale nella quale vengono abbozzati i vari temi ricorrenti in tutto l’album. Questo pezzo ha dei grandi elementi progressive, è breve, semplice ma colpisce sempre. Successivamente arriva “Strange Deja-Vu”, una canzone in puro stile Dream Theater, metal non troppo pesante e che ti coccola, composta da una sezione principale con al suo interno un’altra un po’ più pesante. Il ritornello di questo brano è sensazionale, la voce di LaBrie riesce ad emozionarti ogni volta. Si passa poi a “Through My Words”, una canzone che fa da ponte per mantenere il senso di continuità, ma che nonostante ciò è sempre fantastica. Arriva quindi “Fatal Tragedy”, una canzone un po’ più particolare nelle sonorità, con una lunga parte strumentale con assoli di tastiera e chitarra. Precisiamo che quando Jordan Rudess suona un assolo in una qualsiasi canzone, usa sempre lo stesso suono di tastiera e fa sempre i suoi “tornadi” di note, che all’inizio colpiscono per la velocità, ma poi diventano un po’ noiosi. Tutto riparte con “Beyond that life”, la canzone più pesante del disco (anche se siamo sempre ad altissimi livelli compositori). Anche in questo pezzo l’assolo di Rudess annoia un po’, ma per il resto un validissimo pezzo. Si passa a “Through Her Eyes”, una ballad pazzesca, dolce, che ti coccola dopo il brano precedente. Che dire, pura poesia. Si chiude il primo atto quindi. 

Il secondo riparte benissimo con “Home”, canzone che ha un suono un po’ particolare ma che tutte le volte che arriva fa impazzire. Il ritornello è qualcosa di incredibile, così come la conclusione. Arriva quindi la canzone più complessa del disco: “The Dance of Eternity”. Tempi dispari che cambiano ogni secondo, ritmiche complesse: in questa canzone i Dream Theater mostrano la loro capacità di scrivere musica molto difficile e particolare, rendendola però orecchiabile. Subito dopo c’è “One Last Time” che pensa a farti piangere. Una canzone dolce, che ti calma, da ascoltare moltissime volte. Poi arriva “The Spirit Carries On”, una ballad epica, veramente commovente, con un assolo di chitarra da pelle d’oca, il miglior brano dell’album e una delle loro migliori canzoni di sempre. Il disco si conclude con “Finally Free”, un pezzo liberatorio, che spiega tutto sull’omicidio, la cui fine è il vero plot twist della trama. È una canzone che colpisce in storia e in musica.

Non è un album perfetto, e non  il migliore dei Dream Theater, tuttavia “Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory” è un disco da 99/100.

 

Antonio Capozzi



Il Salice

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