Ma è solo un gioco…gli eSports in Italia

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In un’epoca in cui il gaming competitivo riempie gli stadi di mezzo mondo, l’Italia sembra rimasta ferma alla schermata di caricamento. Mentre all’estero i pro-player sono celebrati come icone generazionali, qui la narrazione dominante resta ferma al solito cliché: il videogioco come “perdita di tempo” o peggio come distrazione dai doveri scolastici. Una malattia che sta soffocando una generazione di talenti pronti a esplodere, ma costretti a fare i conti con un sistema che non li vede.

Il problema non è certo la mancanza di abilità. I player italiani hanno dimostrato più volte di poter competere ai massimi livelli, ma si scontrano con un muro fatto di pregiudizi e infrastrutture preistoriche. Spiccare in Italia è un’impresa quasi impossibile se le connessioni a banda larga sono ancora un miraggio in metà delle province e se le istituzioni guardano al settore con un misto di sospetto e ignoranza. Non esiste un riconoscimento giuridico per gli atleti digitali a differenza di tantissimi altri stati e le normative sulle sale LAN sembrano scritte da chi non ha mai visto una tastiera in vita sua.

Mentre nazioni come la Francia o la Corea del Sud investono milioni in accademie e tornei nazionali, l’Italia preferisce ignorare l’elefante nella stanza. Le sponsorizzazioni latitano perché le aziende hanno paura di investire in un settore che non capiscono, e i pochi team che provano a fare sul serio si ritrovano a navigare in un mare di burocrazia asfissiante. Il risultato è una fuga di cervelli digitale: i migliori talenti firmano con organizzazioni straniere per poter avere uno stipendio e delle tutele, lasciando il deserto dietro di sé.

Finché l’eSports verrà trattato come un hobby per ragazzini chiusi in camera e non come un’industria culturale ed economica, l’Italia rimarrà a guardare gli altri vincere dal fondo della classifica. Il talento c’è, la passione pure; manca solo un Paese che smetta di premere il tasto “pausa” sul futuro dei suoi giovani solo perchè è governato da persone con una mente veramente chiusa e favorevole alla modernizzazione.

Fortunatamente, in questo scenario desolante, c’è chi ha deciso di non mollare il controller e di provare a riscrivere le regole del gioco. Nonostante le istituzioni sembrino girarsi dall’altra parte, sta nascendo una resistenza fatta di piccoli organizzatori, ex pro-player e startup coraggiose che hanno capito una cosa fondamentale: se il cambiamento non arriva dall’alto, deve esplodere dal basso. Si moltiplicano i tornei indipendenti e le “academy” che cercano di offrire non solo allenamento tecnico, ma anche supporto psicologico e preparazione fisica, trattando finalmente i videogiocatori come atleti a 360 gradi.

Ci sono associazioni di categoria che lottano quotidianamente contro i mulini a vento della burocrazia per ottenere un riconoscimento giuridico che tuteli i contratti di chi, di questo settore, vorrebbe farne una professione. Questi “pionieri del digitale” stanno creando una rete di contatti con sponsor internazionali e creando eventi dal vivo che nonostante i budget ridotti rispetto ai colossi europei vanno immediatamente sold-out. È la dimostrazione vivente che la domanda c’è, la fame di eSports è reale e la community è più compatta che mai qui.

Il loro lavoro è un atto di fede: investire tempo e denaro in un Paese che non ti dà garanzie, sperando che un giorno l’Italia si svegli dal suo torpore analogico. Questi organizzatori non stanno solo creando tornei; stanno costruendo le fondamenta di un’industria che prima o poi costringerà anche i più scettici a ammettere che il futuro non si può mettere in pausa per sempre.

Per fare un esempio, basta guardare dall’altra parte del globo, dove domina una figura che è l’equivalente di Michael Jordan o Leo Messi: Faker. Nome d’arte di Lee Sang-hyeok, è un videogiocatore professionista che ha vinto ben cinque titoli mondiali di League of legends, uno dei giochi più famosi al mondo che è presente sulla piattaforma dal 2009. Non è solo un ragazzo che “gioca bene”: è un’icona culturale, un atleta con riflessi sovrumani e una tenuta mentale che farebbe invidia a un pilota di Formula 1. 

I “T1”, il team per cui compete, sotto la sua guida sono diventati un’azienda globale, un brand che fattura cifre da capogiro e che riempie palazzetti in ogni continente, dimostrando che il talento, se supportato da un sistema serio, può trasformarsi in un’egemonia sportiva assoluta.

La differenza abissale tra noi e loro sta tutta in un’immagine: Faker ricevuto con gli onori di Stato dal Presidente della Corea del Sud Lee Jae-myung. Non si è trattato di una semplice stretta di mano di cortesia, ma di un riconoscimento ufficiale del ruolo degli eSports come pilastro dell’economia e dell’orgoglio nazionale coreano, infatti ha ricevuto la massima onorficenza sportiva. Il governo di Seul ha investito miliardi in infrastrutture e leggi che tutelano i videogiocatori professionisti, trattandoli come ambasciatori del paese nel mondo. In Italia non potrebbe mai esistere un’icona simile, questo paese ancora non è pronto a questo genere di organizzazioni, forse per la mentalità troppo chiusa, forse perchè siamo un paese di “anziani”, non lo sappiamo. Non è che in Italia manchino i protagonisti o la voglia di fare, anzi. Figure come Giorgio Calandrelli (il celebre “Power”) o i fratelli Alessandro e Tommaso Avallone hanno dimostrato nel corso degli anni, che il talento di noi italiani non ha nulla da invidiare ai top player mondiali ma non c’è stato alcun passo avanti tra le amministrazioni sportive e politiche per riconoscere l’esports come un vero e proprio sport, i nostri “atleti” stanno macinando record a casa nella loro cameretta, non avendo un palcoscenico in cui esibirsi e questa cosa deve cambiare in prima possibile.

Simone Bravi



Il Salice

Il “Salice” nasce nel 1985. Negli ultimi sette anni sono stati pubblicati più di 2000 articoli online.


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