Il reato di pensare

“Molti giovani oggi sembrano cercare solo impieghi che garantiscano la facilità, come se un lavoro dovesse essere privo di passione. Ma lavorare senza passione è una pena totale, non si suda, però si fa una fatica enorme, quella di autoreprimersi”.
Questa frase di Paolo Crepet, sociologo e psicologo italiano, esprime un concetto più esteso riguardo alla comfort-zone, un neologismo sempre più usato nel linguaggio quotidiano, spesso, purtroppo, con una connotazione positiva.
La comfort zone è diventata uno stile di vita: non rappresenta più soltanto uno spazio sicuro – fisico o mentale – in cui rifugiarsi, riflettere o stare con sé stessi, ma si è trasformata in una condizione quotidiana di totale inerzia e quasi assenza dalla realtà. È una nuova filosofia in cui l’essere umano si rifugia in una passiva letargia, rinunciando al cambiamento, alla crescita e perfino al fallimento.

La comodità è ormai un ideale da inseguire: divani reclinabili con funzioni “relax” automatizzate sono tra i prodotti più pubblicizzati, desiderati e acquistati, come sottolinea Crepet nel suo saggio. L’importante è rilassarsi, in un’epoca in cui la fatica è percepita come un fastidio da evitare. E secondo questa logica, anche il pensiero è faticoso: sforzarsi a ragionare, formulare un pensiero è accompagnato da una sensazione di disagio e difficoltà. Ma l’arte, la bellezza e perfino la vita nascono dallo sforzo, non dal comfort. Lavorare, creare, pensare: c’è bisogno di fatica, e di passione. Uscire da uno stato di passività e mettersi in gioco richiede sudore, mentale e fisico. Non si può creare qualcosa di grande stando comodamente adagiati su una gonfia poltrona. Rimanere troppo a lungo nella zona comfort impedisce il raggiungimento della libertà e del pieno sviluppo dell’individuo.
“Gli organizzatori degli eventi a cui sono stato invitato mi preparavano il palcoscenico con una comodissima poltrona, – dice infatti Crepet nel suo saggio “Il reato di pensare” – poi ho capito che quella situazione non mi permetteva di dare il meglio di me, in quanto confortevole. Così sono stato costretto a cambiarla proprio perché facevo fatica a parlare, in quanto quella comodità mi intorpidiva la mente. Per comunicare con il pubblico, occorre stare scomodi, così come è scomoda la verità che si sta cercando di dire, altrimenti non si raggiunge lo scopo di arrivare nell’anima di chi ascolta”
E infine si manifesta il grande paradosso contemporaneo: tutti vogliono vivere una vita significativa, lasciare un segno, ma quasi nessuno è disposto ad abbandonare il proprio divano per farlo. Si sogna il successo, ma si rifugge la fatica e il rischio. Si idealizza la comodità, e allo stesso tempo si coltivano ambizioni altissime. Ambizioni che, però, richiedono impegno, cadute, fallimenti; non certo immobilità e prevedibilità.
La verità è che nessuna grande opera, nessun sogno autentico può nascere dentro i rassicuranti confini della comfort zone. Solo accettando l’insicurezza, il dubbio e lo sforzo l’uomo può davvero realizzarsi, crescere, evolversi. La propria vita si costruisce nel movimento, nell’inquietudine e, soprattutto, nel coraggio di stare scomodi.




