Il valore dell’arte contemporanea e le provocazioni di Ben Vautier

di Benedetta Tabbia
Che cos’è un’opera d’arte?
Quando ci si pone la domanda, le prime risposte che vengono in mente sono i grandi affreschi di Michelangelo, la Gioconda di Leonardo Da Vinci, La Notte stellata di Van Gogh. Di certo pochi risponderanno visualizzando nella loro mente le celle di colore di Rothko, i tagli nelle tele di Fontana o i fiori di Murakami.Tutte opere distanti nel tempo e profondamente diverse nel modo di intendere l’arte. Alcune delle quali, però, sono spesso considerate non conformi e appartenenti a quella corrente che viene chiamata arte contemporanea. Molti disprezzandola un po’ si fermano al “Ma io non la capisco”, o ancora peggio al “Ma potevo farlo anch’io” e non indagano, invece, ciò che si cela dietro a queste opere. Queste critiche sorgono quando si viene presi alla sprovvista da qualcosa che è tanto originale da rompere tutti gli schemi presenti.
Le stranezze dell’arte contemporanea l’hanno portata negli anni a essere considerata da molti poco accessibile e troppo particolare, ormai strettamente legata al valore delle opere rispetto che alla loro effettiva bellezza. In realtà, però, essa rimane accessibile, è, invece, l’immediatezza nel percepire il messaggio dietro l’opera che diminuisce. Questo perché oltre a trattare di temi attuali, l’arte contemporanea richiede anche un grande sforzo riflessivo. L’osservatore è chiamato ad indagare e a mettere in discussione le sue percezioni. Non è un’arte che è solo bella e che comprende forme e colori, ma è un’arte che nasce dai concetti più vari e richiede un contesto per essere compresa pienamente.

La sua difficoltà è parte del suo valore, perché costringe a pensare invece di limitarsi all’estetica. La maggior parte delle volte sconvolge, provoca e attira l’attenzione proprio per far scatenare nell’animo dell’osservatore un’emozione e successivamente una riflessione. Esempi concreti di questa sua funzione provocatoria sono le opere dell’artista Ben Vautier.
Egli nasce a Napoli e si trasferisce a Nizza dove, diventando artista un po’ per caso, si avvicina a Klein e George Maciunas. Discute d’arte nella sua galleria “Galerie Ben Doute de Tou” e intorno agli anni ‘60 entra a far parte del movimento dei “Fluxus”. Questo insieme di artisti ha dei principi ben definiti, essi, infatti, hanno come obiettivo quello di cambiare il mondo dell’arte rompendo la barriera presente tra l’opera e l’osservatore. Non sono, quindi, i dipinti di questi artisti a diventare emblematici, ma, invece, le performance che compiono. Un esempio è l’episodio alla GAM di Torino quando nel 1967 lui e altri artisti, tra cui Mario Merz, rimangono fermi immobili imprigionati in una ragnatela negli spazi museali durante l’inaugurazione della mostra “Surprise”.
Vita, arte, e tanta autoironia in un dialogo costante, sono questi gli elementi che rendono indimenticabili alcune delle loro esperienze partecipative. Nel 1963 a Nizza Ben si siede in centro alla piazza principale con un cartello che recita: “Regardez moi cela suffit” (guardatemi, questo basta) che attira l’attenzione e stimola il pensiero critico del pubblico. Perché l’obiettivo è proprio quello di scatenare nel pubblico una reazione e successivamente anche una riflessione sul mondo attuale. Una costante, questa, che si noterà anche nelle altre diverse fasi della sua carriera, in cui Ben allontanandosi, poi, dai Fluxus si avvicinerà al lettrismo e alla corrente della Figuration Libre.

Intorno agli anni ‘80 abbandona le performance per dedicarsi a opere che legano le parole a immagini e icone. Le sue opere più celebri, contenute in musei in tutto il mondo come il MOMA e il Museo del Prado a Madrid, sono le sue scritte apodittiche in corsivo di una semplicità disarmante. Provocano il pubblico, ma allo stesso tempo fanno riflettere.
“Il n’y a rien a voir”, o “L’art est tout” ne sono un esempio. Disturbano e mettono in discussione tutto ciò che è scontato. A un occhio non attento possono apparire come frasi semplici e banali, ma conoscendo la storia dell’artista, i messaggi che egli cerca di trasmettere sono chiari.

“L’arte è inutile” è una delle sue opere principali in cui in maniera diretta Ben annulla, poiché reputato inutile, tutto ciò che circonda l’arte, dagli stessi artisti sul mercato ai collezionisti.
È un’autocritica che, provocando, lascia spazio di interpretazione.
E forse è proprio grazie a questo spazio che in realtà si può affermare che l’arte non sia affatto inutile, anzi. È grazie a quel detto e non detto, a ciò che lascia intendere e lascia da intendere che Ben riesce a smentire le sue stesse parole e a mostrare, in realtà, quanto l’arte sia necessaria nella nostra società.




