La strage di Bologna, una bomba nell’estate degli italiani

Il 2 agosto 1980, alle 10:25, una valigia viene abbandonata davanti alla sala d’aspetto della stazione centrale di Bologna. Dentro, 15 chilogrammi di esplosivo. L’onda d’urto travolge un’ala intera dell’edificio e investe il treno sul primo binario, diretto da Ancona alla Svizzera. 85 morti, 220 feriti. Da sola, questa strage conta quasi la metà di tutte le vittime del terrorismo nero in Italia dal 1969 agli anni Ottanta, ed è la più grande della storia repubblicana italiana. Ma per comprenderla fino in fondo bisogna fare un passo indietro e guardare il Paese in cui è maturata, ovvero l’Italia degli anni settanta.
È infatti il periodo degli anni di piombo, un decennio iniziato simbolicamente dal 12 dicembre 1969 con la strage di piazza Fontana e segnato da violenza politica sistemica, tensione sociale e molta paura. La logica che governa questo periodo ha un nome preciso: strategia della tensione. Il meccanismo è nella sua crudeltà, quasi razionale: seminare terrore tra i civili, nella vita normale, nell’estate, sui treni, per far sì che i cittadini chiedano ordine e uno Stato forte, autoritario, capace di garantire sicurezza.

Per capire quanto tutto questo fosse critico, bisogna ricordare che la Repubblica Italiana nel 1980 aveva appena quarant’anni. Una democrazia giovane, nata sulle macerie di un ventennio fascista e di una guerra devastante, che non aveva ancora avuto il tempo di radicarsi in profondità nella coscienza collettiva del Paese. Quarant’anni sembrano tanti, ma per uno Stato sono pochissimi: abbastanza per costruire le istituzioni, non abbastanza per renderle inattaccabili. Come un bambino che ha appena imparato a camminare, la Repubblica era ancora vulnerabile a chi volesse farla cadere. E chi voleva farla cadere c’era, eccome. I tentativi di colpo di Stato di quegli anni non erano fantasie paranoiche di qualche oppositore: erano piani reali, con nomi e date. Se la strategia della tensione avesse funzionato fino in fondo, se la paura avesse davvero convinto i cittadini che la democrazia non era in grado di proteggerli, il rischio che la Repubblica crollasse su se stessa non era affatto remoto. L’Italia avrebbe potuto imboccare la stessa strada di altri Paesi europei che, negli stessi anni, videro la democrazia cedere il posto a regimi autoritari. Non è scontato, guardando indietro, che le cose siano andate diversamente.
All’interno di questo quadro, due terrorismi diversi operano con logiche opposte: il terrorismo rosso costituito dalle Brigate Rosse colpisce obiettivi precisi, uccide, gambizza e soprattutto rivendica sempre i propri attacchi; mentre il terrorismo nero con i Nuclei Armati Rivoluzionari compie le stragi: bombe nei luoghi pubblici, vittime casuali e nessuna rivendicazione. Ed è proprio questa assenza di rivendicazione che apre la porta al depistaggio, perché senza un colpevole dichiarato, la colpa può essere attribuita a chiunque. Un depistaggio, però, richiede accesso ai documenti, alle indagini, ai meccanismi interni dello Stato. E infatti, come emerso nel corso dei processi durati decenni, parti deviate delle istituzioni hanno contribuito a inquinare le prove e sviare le indagini, rendendo la ricerca della verità un percorso estenuante.

Il perché di questa copertura è intrecciato con la geopolitica dell’epoca: siamo nel pieno della Guerra Fredda, il mondo è diviso in due blocchi contrapposti e l’Italia, pur schierata con l’Occidente e la NATO, ospita il più grande partito comunista d’Occidente, che alle elezioni europee arriva a sfiorare il 30%. In questo scenario, attribuire le stragi alla sinistra significava spostare l’opinione pubblica, alimentare la paura del “pericolo rosso” e giustificare misure eccezionali di controllo. Non tutto lo Stato era complice, ma il depistaggio trasformò la ricerca della verità in un labirinto quasi senza uscita. Ed è proprio in questo labirinto che si sono trovate le famiglie delle vittime, costrette a chiedere giustizia allo stesso Stato che, almeno in parte, quella giustizia la ostacolava. I processi si sono trascinati per oltre quarant’anni: solo nel 2020 e nel 2022 sono arrivate le ultime condanne, con Paolo Bellini e Gilberto Cavallini che si sono aggiunti ai nomi già giudicati dei NAR. Un archivio sul terrorismo è stato nel frattempo istituito a Roma, dove storici e inquirenti possono ancora cercare risposte tra migliaia di documenti.
Se la verità giudiziaria non restituisce le persone che sono morte, può offrire la possibilità, almeno in parte, di lenire il dolore invece non avere risposte impedisce alla ferita di rimarginarsi. Una ferita che diventa ancora più acuta quando si pensa a chi era in quella stazione quel mattino. Tra le vittime c’era Angela Fresu, una bambina di soli tre anni. Tre anni: l’età in cui si impara a correre, in cui si scopre il mondo, in cui ancora non si sa nemmeno cosa sia una stazione, un treno o una destinazione. Era lì con sua madre Maria, entrambe in partenza per le vacanze estive come tante altre famiglie italiane in quel 2 agosto. Nessuna delle due sopravvisse. Il nome di Angela è diventato nel tempo il simbolo più puro e più straziante di ciò che il terrorismo rappresenta nella sua essenza più brutale: l’innocenza colpita senza ragione, senza senso, senza nemmeno la possibilità di capire. Non c’è ideologia, non c’è strategia, non c’è calcolo politico che possa reggere il confronto con quell’immagine. È questo il senso più profondo e più terribile dello stragismo: non sceglie. Colpisce chi capita. E proprio per questo ferisce non solo chi era lì, ma l’intera comunità anche molti anni dopo l’avvenimento.

Oggi, alla stazione di Bologna, quel dolore è ancora visibile. L’ala ricostruita è lì, identica a come era, ma il varco è rimasto aperto, coperto da una teca di vetro che lascia vedere il pavimento originale su cui esplose la bomba. Dentro, una lapide con tutti i nomi delle vittime. E’ necessario testimoniare così, per ricordare, rendendo impossibile voltarsi dall’altra parte. Anche solo lo sguardo di chi passa contribuisce a mantenere viva la memoria di una delle pagine più buie della storia del nostro Paese, una memoria dolorosa ma indispensabile.



