Meglio primi o giusti? Dentro il social desk con Giuseppe Nuzzi

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Dimenticate l’immagine romantica del cronista anni ’90 con il taccuino sgualcito e la macchina da scrivere: oggi la notizia non aspetta di essere stampata, ma corre sui server di testate come “Repubblica“, dove il ritmo è dettato dai pixel e non dall’inchiostro. Abbiamo incontrato Giuseppe Nuzzi, che all’interno del social desk del quotidiano si occupa di gestire quel flusso ininterrotto di informazioni che ogni giorno rimoduliamo sui nostri smartphone. In un’epoca in cui la carta stampata sembra un reperto per pochi nostalgici, Nuzzi ci ha mostrato una realtà diversa: il giornalismo non sta scomparendo, ma si sta trasformando in un ibrido tra tecnologia, psicologia dell’algoritmo e, soprattutto, resistenza etica. Lavorare in questo settore significa, infatti, iniziare la giornata scandagliando il sito del giornale per creare una scaletta dei contenuti, filtrando ciò che è urgente da ciò che può aspettare. Non è un lavoro da semplice social media manager, perché l’approccio resta rigorosamente giornalistico: bisogna decidere cosa è notizia, quanto possa interessare e come condensare la complessità di una notizia di guerra in Iran o di un annuncio di Trump in appena quattro righe di post, senza però tradire la precisione del fatto nudo e crudo.

 

 

Uno dei passaggi più critici dell’incontro ha riguardato la lotta quotidiana per l’accuratezza in un mondo dominato dalla velocità. Nuzzi è stato onesto: la fretta di uscire per primi non deve mai sovrastare il rigore, perché il rischio di commettere errori è sempre dietro l’angolo, anche per i colossi come “Reuters“. E’ successo proprio con i video della “nevicata in Kamchatka”, dove immagini spettacolari di muri di neve erano finiti sui monitor di mezzo mondo prima che qualcuno si accorgesse della loro natura artificiale. La pressione economica spinge molti account a cercare sempre più interazioni, alimentando una circolazione di deepfake sempre più difficili da intercettare. Eppure, proprio qui emerge il ruolo del giornalista moderno: una sorta di detective digitale che cerca l’errore nel pixel, che osserva le distorsioni nei riflessi o le apparizioni innaturali di figure umane. La velocità, ci ha spiegato Nuzzi, non deve mai diventare una scusa per rinunciare al controllo, anche se questo significa uscire qualche minuto dopo la concorrenza.

Questa responsabilità si riflette pesantemente anche sul modo in cui vengono trattati i fatti di cronaca più delicati. Nuzzi ha citato l’esempio dei femminicidi, spiegando come il social desk abba il potere e il dovere di intervenire per ripulire il linguaggio da narrazioni tossiche. Spesso, infatti, i titoli tendono a cercare giustificazioni improprie, rischiando di diventare un tribunale o, peggio, un distributore di pregiudizi. La deontologia professionale impone invece di attenersi ai fatti, eliminando ogni sfumatura che possa minimizzare l’accaduto. Il giornalismo, in questo senso, diventa un atto di pulizia del linguaggio, dove le parole vengono scelte con cura per evitare che un concetto sbagliato si trasformi in una verità condivisa da un pubblico immenso e spesso aggressivo nei commenti.

 

 

L’incontro si è poi spostato su una riflessione più ampia sulla professione vera e propria. Nuzzi ci ha confessato che questo lavoro prosciuga le energie mentali perché richiede di essere costantemente reattivi, pronti a intercettare i trend e a interpretare il linguaggio delle nuove generazioni. Ma in questa ridefinizione del mestiere si aprono strade nuove: il giornalista non è più solo chi scrive, ma chi sa scovare storie, chi sa distinguere la propaganda dalla realtà e chi sa usare l’Intelligenza Artificiale come alleata (ad esempio per sbobinare interviste o analizzare dati complessi) per liberare tempo e tornare a fare quello che le macchine non possono fare: interagire con le persone. Giuseppe Nuzzi, in sintesi, ci ha lasciato con un invito prezioso: esercitare la scrittura, perché è un’abilità artigiana che renderà versatili in qualsiasi campo, dalla medicina all’ingegneria. Il futuro della comunicazione non è ancora stato scritto del tutto, e la possibilità di inventarlo, paradossalmente, è proprio nelle nostre mani.

Giulia Catena



Il Salice

Il “Salice” nasce nel 1985. Negli ultimi sette anni sono stati pubblicati più di 2000 articoli online.


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