Viaggio nel mondo, viaggio nell’anima

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di Giulia Catena,  Alessandro Mannella e Camilla Marino

«La difficoltà principale siamo noi stessi». È una risposta che spiazza, soprattutto se a pronunciarla è chi ha trascorso oltre vent’anni in missione, in una terra lontana migliaia di chilometri dall’Italia. Eppure, per il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, vescovo cattolico in Mongolia e presidente della Conferenza episcopale dell’Asia centrale, la sfida più grande non è il freddo estremo, una lingua difficile o la distanza da casa. È imparare a conoscere se stessi per riuscire davvero a incontrare gli altri.

Torinese, cresciuto in una famiglia in cui la fede faceva parte della quotidianità, Marengo ha frequentato il liceo classico Cavour. La sua vocazione, però, non è nata da un progetto già definito. Negli anni della scuola ha scoperto progressivamente la bellezza della preghiera e della vita spirituale, anche grazie all’incontro con persone che gli hanno testimoniato concretamente la propria fede. «Fino a una certa età la preghiera mi sembrava una cosa un po’ lontana, un po’ astratta. Poi ho scoperto la bellezza della preghiera come dialogo continuo con il Signore». Una svolta che lo ha condotto verso una strada diversa da quella che aveva immaginato e che oggi riconosce come un dono. La partenza per la Mongolia, nel 2003, è arrivata attraverso l’obbedienza ai superiori della sua congregazione, ma si è trasformata in un’esperienza capace di cambiare profondamente il suo modo di guardare la vita.

«Mi sono sentito proprio in un altro mondo». È così che Marengo ricorda il primo impatto con la Mongolia, un Paese incastonato tra Russia e Cina, ma capace di conservare una forte identità culturale, linguistica e religiosa. Una terra di contrasti, dove le temperature possono scendere fino a quaranta gradi sotto zero e la tradizione nomadica ha plasmato un profondo senso dell’ospitalità. Nel deserto del Gobi, racconta, la prima tenda che si incontra può diventare un rifugio: si entra, ci si siede, si beve un tè e soltanto dopo un po’ arriva la domanda su chi si sia davvero. Accoglienza e diffidenza, tuttavia, convivono. Per una popolazione storicamente poco abituata alla presenza di stranieri, costruire rapporti di fiducia richiede tempo, rispetto e pazienza.

È proprio qui che la missione smette di essere un’idea astratta e diventa esperienza quotidiana. Imparare una lingua complessa, conoscere la storia e le tradizioni locali, adattarsi a un clima difficile e affrontare gli ostacoli burocratici sono soltanto una parte del percorso. Marengo ha dedicato i primi tre anni allo studio intensivo del mongolo, ma continua ancora oggi ad approfondirne la conoscenza. Perché conoscere l’altro non è un traguardo da raggiungere una volta per tutte, ma una disponibilità da rinnovare ogni giorno.

 

Quando gli viene chiesto quale sia la difficoltà più grande del suo ministero, la risposta torna però a spostare lo sguardo dall’esterno all’interno: «La difficoltà principale forse è proprio il nostro mondo interiore da conciliare con il mondo esteriore». Imparare quando parlare e quando tacere, ascoltarsi, accettare le differenze, perdonarsi e riuscire a costruire progetti comuni: sono sfide che riguardano ogni comunità, non soltanto quella missionaria. L’incontro con una cultura diversa mette alla prova le proprie convinzioni e costringe a riconoscere che non tutto può essere compreso attraverso le categorie a cui si è abituati.

Tra gli incontri che più lo hanno segnato c’è la storia di una donna mongola, oggi direttrice operativa della Casa della Misericordia, un centro che accoglie persone senza dimora e in difficoltà, offrendo assistenza, cure e ascolto. Nata in una zona remota del Paese e priva delle mani e della parte inferiore delle gambe, la donna è entrata in contatto con alcune suore missionarie, iniziando un cammino di fede che l’ha condotta al battesimo, intorno al 2005. Marengo ricorda ancora le parole che rivolse a una cugina preoccupata per la sua scelta: «Stai tranquilla, perché in questa fede non c’è nulla di cui aver paura». Una frase che lo colpì profondamente: nella fede, quella donna aveva trovato una sorgente di gioia e di pace capace di accompagnarla nelle difficoltà e di trasformarsi, a sua volta, in servizio concreto verso gli altri.

È questo incontro tra storie, sensibilità e tradizioni diverse a rendere la missione un’esperienza di arricchimento reciproco. Marengo rifiuta l’idea che esistano culture superiori o inferiori: ogni popolo custodisce una ricchezza che merita di essere conosciuta e rispettata. Lo dimostra la stessa Mongolia, dove la resilienza è profondamente radicata nella vita di una popolazione abituata a confrontarsi con condizioni ambientali estreme. La fede, in questo contesto, non cancella ciò che una cultura è, ma può incontrarne i valori più profondi e aprire nuove possibilità. Non si tratta di arrivare con la pretesa di insegnare tutto, ma di avere l’umiltà di imparare.

Come si annuncia il Vangelo a chi non lo conosce? Per rispondere, il cardinale ricorre a un’espressione che racchiude il senso della sua esperienza: «Sussurrare il Vangelo al cuore». Non esistono formule universali, perché prima di condividere qualcosa di prezioso bisogna costruire una relazione. Sussurrare all’orecchio di uno sconosciuto, osserva, provocherebbe soltanto diffidenza: occorre prima creare confidenza. Per questo è necessario interessarsi davvero all’altro, conoscere la sua lingua, la sua storia, le sue abitudini, la sua musica e persino il suo umorismo. Entrare in una cultura significa imparare a riconoscere ciò che la fa vibrare, per raggiungerne non soltanto le orecchie o la testa, ma il cuore. Il protagonista della missione, sottolinea Marengo, non è il missionario stesso: è Gesù, ed è dalla preghiera e dal rapporto con Lui che nasce il desiderio di condividere la propria fede attraverso le parole, ma soprattutto attraverso i gesti.

Questa prospettiva riguarda anche chi non ha mai pensato di partire per una terra lontana. Alla domanda su come essere missionari qui, a Torino, Marengo riporta tutto all’essenziale: ciascuno può esserlo nella propria quotidianità, attraverso l’ascolto, la preghiera e la disponibilità a incontrare chi ha accanto. «Signore, cosa vuoi fare con me? Io ci sono»: è questo il primo passo. Non servono necessariamente gesti straordinari, perché spesso è proprio nelle occasioni più semplici che si manifesta la possibilità di fare la differenza.

La centralità della preghiera è emersa anche nel suo racconto del conclave del maggio 2025, seguito alla morte di papa Francesco. Senza rivelare nulla di ciò che è coperto dal segreto pontificio, Marengo ha condiviso il ricordo di un’esperienza vissuta come un momento intenso di comunione. Il silenzio, l’assenza dei telefoni e il raccoglimento hanno permesso ai cardinali di interrogarsi su chi potesse guidare la Chiesa, affidando le proprie decisioni alla luce dello Spirito Santo. Lo ha colpito vedere anche cardinali più esperti di lui raccogliersi in preghiera e, al termine del conclave, affacciarsi sulla piazza San Pietro, dove migliaia di persone avevano accompagnato quel momento con la propria presenza e la propria fede. Un’esperienza che gli ha ricordato quanto la Chiesa sia diversa da un luogo all’altro, ma unita da un legame che supera le distanze geografiche e culturali.

Anche la nomina a cardinale, conferitagli da papa Francesco nel 2022, rappresenta per Marengo un dono di cui riconosce il valore soprattutto per la possibilità di dare voce a una Chiesa piccola e poco conosciuta come quella mongola. Quando gli viene chiesto se abbia mai pensato di aver sbagliato strada, riconosce di commettere errori ogni giorno, ma aggiunge di non aver mai desiderato una vita diversa: «Non potrei pensare a una vita più bella di questa». Non una storia priva di difficoltà, dunque, ma un percorso nel quale anche gli ostacoli diventano occasioni di crescita.

Dopo il confronto con gli studenti a scuola, il cardinale ha raggiunto il ritiro dei quinti anni presso il collegio universitario della Crocetta. Nella chiesa della struttura ha proseguito il dialogo, rispondendo ad altre domande sull’attività missionaria, sulla cultura mongola e sulla vita della Chiesa.

Tra le immagini più significative emerse durante l’incontro c’è un proverbio mongolo: «Le nuvole passano, il cielo resta». L’orizzonte delle vaste terre mongole, attraversato da nuvole che sembrano sorgere e scomparire, diventa una metafora della condizione umana. Le difficoltà e gli imprevisti appartengono alla vita, ma non esauriscono ciò che siamo. Nella lettura cristiana proposta da Marengo, il cielo richiama una presenza che rimane anche quando tutto il resto cambia: «Il cielo è Dio, è la presenza di Gesù nella nostra vita». Un’immagine semplice, capace di collegare la sensibilità culturale mongola alla dimensione spirituale della fede.

Il cardinale si è soffermato anche sul significato del battesimo e sulla scelta del nome cristiano da parte dei catecumeni. In Mongolia, chi si prepara a ricevere il sacramento può scegliere un nome legato a un santo o a una santa, dopo averne conosciuto la storia e aver riflettuto sulla propria scelta. Questo non comporta necessariamente l’abbandono del nome tradizionale, che continua a essere utilizzato nella vita civile. Il nuovo nome diventa piuttosto un segno di appartenenza spirituale, un legame personale con una figura della tradizione cristiana. Anche in questo caso, l’identità religiosa non viene presentata come una cancellazione delle proprie origini culturali, ma come una scelta che si inserisce nella storia di ciascuno.

Il dialogo si è poi spostato sui pontefici Francesco e Leone XIV. Marengo ha sottolineato soprattutto gli elementi di continuità tra i due, ricordando che ciascun Papa porta con sé una sensibilità personale e un modo specifico di esercitare il proprio ministero. Aveva conosciuto Leone XIV durante il Sinodo del 2023-2024, quando erano entrambi cardinali, e ne aveva apprezzato la profondità, la semplicità e la riservatezza. Un confronto che si collega alla sua stessa esperienza: la Chiesa è una realtà universale, ma prende forma attraverso persone, culture e comunità differenti.

A conclusione del ritiro, il cardinale ha celebrato la Messa, durante la quale è stato proclamato il brano del Vangelo di Luca (12, 49-53). Le parole di Gesù sulla divisione hanno offerto un’ulteriore occasione di riflessione: la fede implica una scelta personale e consapevole, che non sempre trova immediata comprensione persino tra le persone più vicine. In una società come quella mongola, dove il cristianesimo è una presenza minoritaria, abbracciare questa fede può significare intraprendere un cammino controcorrente. Ma la testimonianza di Marengo invita a non confondere la scelta con l’imposizione: annunciare il Vangelo significa proporre un incontro, rispettando la libertà dell’altro.

Il dialogo con gli studenti ha così attraversato luoghi, esperienze e domande diverse, dalla vita quotidiana in Mongolia al conclave, dalla preghiera al valore delle culture. Il filo che le unisce è la convinzione che la missione non consista soltanto nel raggiungere terre lontane, ma nel lasciarsi cambiare dagli incontri. L’altro non è qualcuno da conquistare o da convincere, ma una persona da conoscere, ascoltare e rispettare.

E se per arrivare al cuore di qualcuno bisogna prima imparare ad ascoltarlo, allora la missione può cominciare ovunque: anche nei luoghi che crediamo di conoscere meglio, accanto alle persone che incontriamo ogni giorno. Perché le nuvole, prima o poi, passano. La capacità di continuare a guardare il cielo, invece, si costruisce attraverso le scelte quotidiane, la fiducia e la disponibilità a mettersi in cammino.

Giulia Catena



Il Salice

Il “Salice” nasce nel 1985. Negli ultimi sette anni sono stati pubblicati più di 2000 articoli online.


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