E se avessimo tutti bisogno di Citofonare Seneca?

Ci sono spettacoli che si guardano e spettacoli ai quali, in qualche modo, si partecipa anche senza salire sul palcoscenico. Si entra in teatro pensando di assistere ad una storia, si ascoltano le battute, si ride, ci si lascia accompagnare dai personaggi. Poi, tra una scena e l’altra, accade qualcosa di meno prevedibile: una parola sembra parlare proprio a noi, una frase mette a fuoco un pensiero che non eravamo mai riusciti a esprimere, una domanda ci costringe a fermarci. E, per qualche istante, il confine tra ciò che accade sulla scena e ciò che viviamo fuori dal teatro sembra assottigliarsi.
È ciò che accade con Citofonare Seneca, lo spettacolo scritto da Paolo Accossato e diretto da Elia Tedesco, che porta il pensiero di un filosofo vissuto duemila anni fa dentro alle inquietudini del presente, dimostrando che alcune domande non invecchiano insieme alle epoche che le hanno formulate. Cambiano le circostanze, cambiano le parole con cui proviamo a descriverci, cambiano le possibilità che abbiamo davanti, ma rimangono la paura di non essere abbastanza, il desiderio di essere amati, l’incertezza davanti alle scelte, la fatica di accettare ciò che non possiamo cambiare. Rimane, soprattutto, il bisogno di vivere senza lasciarsi consumare dalla paura di farlo nel modo sbagliato.

Il titolo contiene già un’immagine semplice e potente. Citofonare significa cercare qualcuno, farsi sentire, chiedere che una porta si apra. Significa ammettere, almeno per un momento, di non avere tutte le risposte e di aver bisogno di una voce capace di ascoltarci. Non è sempre facile farlo. Spesso siamo abituati a mostrare la parte di noi che sembra più sicura, quella che sa cosa vuole e dove sta andando. Facciamo fatica a dire che abbiamo paura, che siamo stanchi, che non sappiamo quale strada scegliere. Eppure è proprio quando riconosciamo di non poter affrontare tutto da soli, che si apre la possibilità di ricominciare e arrivare verso qualcosa di nuovo.
I quattro personaggi che incontrano il misterioso Dottore portano sul palco fragilità che appartengono anche al nostro tempo. Cambiano le situazioni, cambiano le domande, ma rimane quella sensazione di dover essere sempre all’altezza: delle aspettative degli altri, delle occasioni che non possiamo perdere, delle immagini di vite apparentemente perfette che ci scorrono davanti ogni giorno. Soprattutto, rimane la paura di sbagliare. Come se una scelta sbagliata potesse compromettere tutto, come se fosse necessario conoscere in anticipo ogni conseguenza prima di avere il coraggio di cominciare.
Per noi giovani questa pressione ha un peso particolare. Ci viene chiesto di pensare al futuro, di scegliere, di costruire qualcosa, di capire chi siamo e chi vogliamo diventare. Intanto, però, siamo ancora nel mezzo del cammino. Ci sono giorni in cui abbiamo le idee chiare e altri in cui anche la decisione più piccola sembra complicata. Ci confrontiamo con gli altri, misuriamo i nostri risultati, temiamo di essere in ritardo rispetto a una tabella di marcia che nessuno ha davvero stabilito, ma che finiamo per sentire come obbligatoria.

La scrittura di Paolo Accossato riesce a entrare in queste contraddizioni senza trasformarle in una lezione. Non si mette a distanza per spiegare ai ragazzi come dovrebbero vivere; porta piuttosto le loro inquietudini al centro della scena, riconoscendole per quello che sono. Le idee filosofiche diventano situazioni concrete, parole quotidiane, momenti in cui è possibile riconoscersi. La riflessione non viene imposta dall’alto: nasce da ciò che vediamo e ascoltiamo, spesso mentre stiamo ancora sorridendo per una battuta.
L’ironia, infatti, non serve soltanto ad alleggerire. È una porta d’ingresso. Permette di avvicinarsi a questioni che, affrontate direttamente, potrebbero sembrare troppo grandi o troppo serie. Poi, quasi senza accorgersene, ci si ritrova a pensare proprio a quelle questioni. Si ride, ma non si ride soltanto. Sotto la leggerezza si intravede qualcosa di familiare, una paura che conosciamo, un comportamento nel quale ci riconosciamo più di quanto vorremmo ammettere.
Uno dei fili più importanti dello spettacolo riguarda il tempo e il modo in cui scegliamo di viverlo. Passiamo una parte enorme delle nostre giornate ad aspettare: aspettiamo che arrivi l’estate, di raggiungere un obiettivo per sentirci soddisfatti, di superare un ostacolo per iniziare, finalmente, a vivere. Ci convinciamo che staremo bene dopo un esame, dopo una scelta, dopo aver risolto un problema o raggiunto qualcosa che ci siamo prefissati. E così il presente rischia di diventare soltanto una sala d’attesa, un intervallo da attraversare prima che cominci la vita vera.
Ma quando arriva quel momento, spesso ne abbiamo già immaginato un altro da inseguire. La meta si sposta, le aspettative cambiano e ciò che sembrava sufficiente non lo è più. Senza rendercene conto, finiamo per abitare continuamente un domani che non esiste ancora, dimenticandoci dell’unico tempo nel quale possiamo davvero fare qualcosa: quello che stiamo vivendo.
Hic et nunc – Qui e ora.
Un’espressione latina che racchiude uno dei fulcri dello spettacolo e un invito tanto semplice da sembrare scontato quanto difficile da mettere in pratica: abitare il momento che stiamo vivendo, riconoscerne il valore, esserci davvero. Non soltanto con il corpo, ma con la mente e con le emozioni. Perché si può essere fisicamente accanto a qualcuno e avere la testa altrove, attraversare un giornata senza accorgersi di ciò che contiene, desiderare continuamente di arrivare a un momento futuro senza rendersi conto che, nel frattempo, la vita sta già accadendo.

È in questa prospettiva che una scena dello spettacolo acquista una risonanza particolare. Nella quarta scena, Elena pronuncia una frase che racchiude, nella concretezza di pochi gesti quotidiani, una delle intuizioni più profonde della rappresentazione:
“Guarda quel sasso, osserva quel fiore, bacia una ragazza, prenditi uno schiaffo, ribaciala domani. Ammalati, guarisci, piangi!”
Non c’è bisogno di costruire un discorso complicato per comprendere la forza di questa frase. Un sasso, un fiore, un bacio, uno schiaffo. Ci sono la bellezza delle cose più semplici e l’imprevedibilità delle esperienze che ci attraversano. C’è la vita, con tutto quello che porta con sé: momenti che vorremmo trattenere, errori che non avremmo voluto commettere, dolori che non abbiamo scelto e occasioni che non torneranno nello stesso modo.
In quelle parole, vivere non significa riuscire sempre, essere sempre felici o trovare una risposta a ogni domanda. Significa esserci anche quando le cose non vanno come avevamo immaginato. Lasciarsi sorprendere, affezionarsi, cadere, guarire. Avere il coraggio di non rinunciare a un’esperienza soltanto perché potrebbe farci soffrire. E, soprattutto, concedersi la possibilità di ricominciare: perché uno schiaffo non deve necessariamente essere l’ultima parola, così come una delusione non può raccontare da sola tutta la nostra storia.
È proprio la concretezza di questa immagine a renderla così efficace. La filosofia, spesso percepita come qualcosa di distante dalla vita reale, si ritrova improvvisamente dentro gesti che tutti possiamo comprendere. Non occorre conoscere a memoria Seneca per sentirne il significato. Basta aver aspettato qualcosa con impazienza, aver avuto paura di un cambiamento, aver creduto che una delusione avrebbe cancellato ogni possibilità. Basta essere giovani, o esserlo stati, e sapere quanto possa essere difficile accettare che la vita non segua sempre il percorso che avevamo immaginato.

Ed è in questa capacità di trasformare un pensiero in immagine che la scrittura di Paolo Accossato mostra il suo valore più autentico. Non pretende di spiegare la vita, né di ridurre le sue contraddizioni ad una formula da ricordare. Le avvicina a chi ascolta, trova parole accessibili per raccontare questioni profonde e lascia allo spettatore lo spazio per riconoscersi, senza suggerirgli quale debba essere la sua conclusione. È un equilibrio delicato: parlare di filosofia senza farla sembrare distante, affrontare le fragilità senza renderle pesanti, far sorridere senza togliere serietà a ciò che conta.
Dietro ad una battuta che arriva con naturalezza c’è una scelta di parole, un ritmo, il modo a in cui il pensiero viene affidato a una voce perché possa raggiungere qualcun altro. E quando la scrittura riesce a far sembrare semplice qualcosa che semplice non è, quella semplicità non è superficialità. È il risultato di un lavoro capace di rendere vicino ciò che, altrimenti, rischierebbe di rimanere lontano.
Forse è anche per questo Citofonare Seneca parla così direttamente al presente. Non offre una soluzione definitiva alle nostre inquietudini, perché alcune domande non si risolvono una volta per tutte. Ci ricorda, piuttosto, che non dobbiamo vergognarci di averle e che chiedere aiuto non ci rende meno capaci. A volte abbiamo bisogno che qualcuno ci ascolti, altre volte di una frase che ci aiuti a guardare una situazione da una prospettiva diversa. Non sempre serve una risposta perfetta. A volte è già importante sentirsi meno soli davanti a ciò che non riusciamo a capire.
Il teatro, quando incontra davvero il suo pubblico, lascia che ogni spettatore porti con sé qualcosa di diverso. Le parole sono condivise, ma ciò che ciascuno vi riconosce appartiene anche alla propria storia. Una battuta può suscitare una risata e, un istante dopo, aprire uno spazio di riflessione. Una frase può sembrare leggera e toccare un punto che non sapevamo di avere così vicino. Non è necessario uscire dalla sala con una conclusione precisa: conta anche il fatto di essersi fermati, di aver ascoltato, di aver trovato in una storia qualcosa che parla, in qualche modo, anche di noi.

Alla fine Citofonare Seneca non ci chiede di avere tutto sotto controllo. Non ci promette che smetteremo di avere paura, che sapremo sempre scegliere o che da domani saremo capaci di vivere ogni istante nel modo giusto. Ci invita a fare qualcosa di più difficile e, allo stesso tempo, più umano: accettare di essere persone in cammino, con le nostre incertezze, i nostri desideri e le nostre contraddizioni. Persone che possono sbagliare senza essere soltanto i propri errori, soffrire senza rinunciare alla felicità, avere bisogno degli altri senza sentirsi per questo più deboli.
Uscendo dal teatro, non ci si porta via soltanto il ricordo di uno spettacolo. Si porta con sé anche una domanda da rivolgere alla propria quotidianità: quanta vita stiamo lasciando in sospeso mentre aspettiamo che tutto sia finalmente al posto giusto? Quante cose rimandiamo perché ci sembra di non essere ancora pronti? E quanto ci perdiamo, nel tentativo di prepararci ad un futuro che non possiamo conoscere?
Non esistono risposte uguali per tutti. Ma c’è qualcosa che possiamo provare a fare: guardare ciò che abbiamo davanti, dare valore alle persone che incontriamo ed esserci veramente quando le incontriamo, accettare che non tutto andrà come speravamo e non aspettare di diventare una versione perfetta di noi stessi per cominciare a vivere.
Perché la vita non comincia quando abbiamo risolto ogni dubbio, quando abbiamo raggiunto tutti i nostri obiettivi o quando finalmente ci sentiamo all’altezza. È già qui, dentro le giornate che ci sembrano tutte uguali, nelle occasioni che non sappiamo se cogliere, nelle persone e nei luoghi che ci fanno stare bene e anche nei momenti in cui facciamo fatica a trovare una direzione.
E allora, qualche volta, vale la pena fermarsi, ascoltare e ricordare che non dobbiamo avere tutte le risposte per fare il primo passo.
Dobbiamo soltanto trovare il coraggio di esserci. Oggi.




