Il voto delle donne: storie di democrazia e libertà

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Siamo abituati al fatto che le donne partecipino alla vita politica del nostro Paese, ma non è sempre stato così, e anche ora non è così ovunque nel mondo. Oggi i volti del partito al governo e del principale partito d’opposizione sono di due donne e la nostra Costituzione garantisce l’uguaglianza tra cittadini e cittadine. Non dobbiamo però dimenticarci che questa condizione è in vigore da soli ottant’anni e molte persone hanno dato la vita per far sì che, almeno a livello giuridico, si raggiungesse la parità dei sessi. Proprio di questo si occupa, infatti, il libro di Francesco ClementiCittadine a metà”, che ripercorre la storia del voto femminile dal 1861 a oggi, la cosiddetta “era dell’algoritmo”. 

L’incontro dal titolo “Il voto delle donne: storie di democrazia e libertà” che si è svolto al Salone del libro di Torino era strutturato come un dialogo tra Francesco Clementi e l’attivista e scrittrice di origini iraniane Pegah Moshir Pour, mediato da Caterina Croce, responsabile dei contenuti editoriali per la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

Clementi ha iniziato la conferenza spiegando come, dal 1946 in poi, non è cambiato solo il numero degli elettori con l’aggiunta dei voti femminili, ma è cambiata strutturalmente la concezione di sovranità. Durante il regime statutario, cioè nel periodo in cui era in vigore lo Statuto Albertino, il ruolo della donna era legato principalmente alla sfera privata, alla casa e alla famiglia. Per quanto riguarda il fascismo invece, riprendendo le parole dell’autore, “Dà il voto alle donne finto, dopo averlo tolto agli italiani; quindi glielo conosce formalmente, ma non consente loro di metterlo in pratica.” La conquista della piena cittadinanza ha permesso alle donne di esprimere la propria voce e di non essere più “cittadine a metà”. La Repubblica, forma di governo completamente nuova per l’Italia del dopoguerra, è stata intesa come un insieme di uomini e donne, non come una semplice addizione di voti maschili e femminili. Con la possibilità di partecipare alla vita politica, il ruolo delle donne è passato dalla sfera privata anche alla sfera pubblica.

Pegah Moshir Pour è nata in Iran e si è successivamente trasferita in Italia, prendendo la doppia cittadinanza. Ha dunque una testimonianza di prima mano su quanto siano diverse le concezioni di “Repubblica” in Iran e in Italia. Infatti la Repubblica Islamica ha molto poco di democratico e dal 1979 la vita pubblica è completamente proibita alle donne. Il regime le ha quasi letteralmente chiuse in casa, che tuttavia, proprio perché è uno spazio nascosto, non è controllabile. Molti dei giovani che hanno protestato contro l’estrema destra reazionaria infatti, hanno affermato che una parte fondamentale del loro modo di pensare trova le sue radici nell’educazione impartita dalle loro madri.

Il blackout informativo che vige in Iran ormai da mesi ha bloccato uno dei pochissimi spazi in cui iraniani ed iraniane si possono incontrare e scambiare opinioni anche contrarie al regime. Internet dunque è uno spazio di incontro e di dialogo, ma può diventare anche un nuovo teatro di discriminazione. L’algoritmo infatti tende sempre di più alla polarizzazione dei contenuti e il fatto che “vediamo” più di quanto non “ascoltiamo“, fermandoci all’apparenza, può essere molto pericoloso. Le donne inoltre possono subire nuove forme di discriminazione, legate soprattutto al loro aspetto estetico. Sono spesso considerate meno autorevoli dei colleghi maschi e le creator sono più soggette a ricevere commenti d’odio o body shaming. Nonostante le ventuno madri costituenti abbiano lottato affinché le donne avessero pari diritti giuridici, garantiti dal terzo e dal cinquantunesimo articolo della Costituzione, la discriminazione sessuale permane in forme più sofisticate e meno evidenti, ma ugualmente deleterie per una società democratica. 

L’attivista e scrittrice inoltre, venendo da un contesto culturale e politico molto diverso da quello europeo, ha affermato di essere rimasta molto colpita dalle istituzioni dell’Unione Europea. L’U.E., con tutti i suoi limiti, rappresenta un ideale contrario a ogni autoritarismo e il motto “All different, all equal” riassume efficacemente il concetto di uguaglianza tra cittadini che deve avere valore in tutti i paesi europei. Pur mantenendo ognuno la propria identità, sarebbe necessario unirsi per non essere sopraffatti dalle superpotenze. Tornando al discorso dell’algoritmo, Pegah Moshir Pour sostiene che solo un organismo strutturato come l’Unione Europea è riuscito a regolamentare efficacemente le big tech che reggono i social, che fanno parte delle nostre vite ogni giorno di più. 

Dal momento che molte persone sono morte e muoiono tutt’ora affinché tutti potessero decidere sulla vita del proprio Paese, è un dovere di ogni cittadino votare. L’astensionismo infatti è una scelta pericolosa perché “chi non vota, non conta” e permette agli altri di decidere al posto suo. Clementi ha concluso la conferenza affermando la necessità di estendere il diritto di voto anche ai sedicenni: questo infatti comporterebbe un cambio di mentalità nelle nuove generazioni e un maggior interesse nella vita politica. 

Questo incontro è stato molto istruttivo e ci ha permesso di capire meglio quanto i diritti che uomini e donne possono esercitare non siano scontati e quanto sia importante raggiungere una parità dei sessi prima giuridica e poi fattuale in tutto il mondo.

Cecilia De Ambroggio



Il Salice

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