“Dolci le mie parole”, il mito dannunziano

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di Angelica Beretta e Beatrice Cattarossi

La conferenza dedicata alla poesia di Gabriele d’Annunzio prende avvio dal volume “Dolci le mie parole”, curato da Giordano Bruno Guerri per Crocetti Editore, e propone un itinerario nella dimensione più intimamente lirica e sentimentale dell’opera dannunziana. Attraverso la lettura e il commento dei testi, l’incontro mette in risalto la straordinaria capacità dell’esteta di trasfigurare la parola in esperienza sensoriale, intrecciando amore, desiderio e bellezza. A dialogare sul palco sono Nicola Crocetti, editore e traduttore, Chiara Francini, nota attrice e scrittrice, e lo stesso Giordano Bruno Guerri, che guidano il pubblico attraverso la modernità della letteratura dannunziana, restituendone il fascino decadente e l’inesauribile modernità letteraria. Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura, ringrazia Giordano perché è anche per merito suo se “il Vittoriale è luogo di memoria, contenitore di narrazione dannunziana, che nel 2025 ha accolto oltre 303000 visitatori”.

Giordano Bruno ammette di essersi sentito intimidito, inizialmente, dall’idea di entrare in intimità con la poesia di D’Annunzio. Crocetti gli suggerì semplicemente di scegliere le poesie che gli piacevano, e così fece. Crocetti stesso spiega che era stato proprio D’Annunzio, assieme a Pascoli (“gli ultimi due giganti della poesia italiana, forse seguiti soltanto da Montale”), ad avvicinarlo al mondo della letteratura. Ricorda che lui e i suoi amici, non appena avevano un momento libero dal collegio, andavano davanti alla Capponcina, residenza del poeta dal 1898 al 1910, anche soltanto per sentirsi vicino al genio dannunziano.

Guerri ricollega l’inizio della sua passione per D’Annunzio alla lettura di Primo vere, che trovò straordinariamente raffinato e innovativo, soprattutto data la giovane età dell’autore, allora quindicenne. Poiché il suo primo libro era stato molto apprezzato, D’Annunzio, già allora figura di spicco nel marketing e nella comunicazione, era stato in grado di cavalcare l’onda di quel successo iniziale: scrisse subito una nuova edizione, alimentando ulteriormente l’interesse del pubblico e costruendo progressivamente la propria immagine di giovane poeta promettente. Da quel momento la sua fama crebbe rapidamente e il suo nome iniziò a circolare negli ambienti letterari italiani. Gabriele D’Annunzio comprese presto quanto fosse importante trasformare la propria figura in un mito pubblico e talento letterario. Da qui iniziò la costruzione del personaggio dannunziano: il poeta veggente, geniale ed eccentrico, destinato a dominare la scena culturale, sociale e politica del tempo.

Parte fondamentale di questa sua personalità è il rapporto con il genere femminile. Anche se spesso è accusato per il modo con cui trattava le donne, Giordano Bruno spiega che in realtà amava profondamente nelle sue relazioni, per quanto fossero di breve durata. La maggior parte degli autori proponeva la visione dell’amor cortese, mentre D’Annunzio utilizzò un alfabeto più moderno, basato su amore passionale, forte, vitale (si pensi solo ad Eleonora Duse). Chiara Francini definisce l’innamoramento dannunziano come un “iter salvifico da essere smemorato a riacquisire la memoria, rimanendo sempre fedeli a se stessi.”

A livello prettamente poetico, “D’annunzio è il più grande dopo Petrarca”, sostiene Crocetti, e il poeta stesso affermò che la poesia nasce con Dante rinasce con lui nel ‘900. Infatti, le sue liriche sono preziosissime, sia per il vocabolario utilizzato che per l’inconfondibile stile ricco di sinestesie. A questo proposito, l’esteta dichiara a trent’anni di aver usato 15000 parole (per riferimento, la persona media ne usa circa 2000 o 3000).

Cuore dell’incontro è la lettura di alcune poesie raccolte in “Dolci le mie parole” da parte di Chiara Francini. La prima è stata “Canta la gioia”, che la scrittrice ha scelto per esordire, colpita dalla ripetizione della parola “gioia”, che non risulta ridondante ma anzi che definisce la gioia come forza creatrice e come luce che deve illuminare la vita. Successivamente, ha letto con grande passione e interpretazione anche “Centauro” e “I miei cani” – una delle ultime opere, composta nel 1935 appunto davanti al cimitero in cui seppelliva i suoi cani.

Alla fine dell’incontro, abbiamo avuto la possibilità di ringraziare di persona Giordano Bruno e di chiedergli il suo parere su come viene insegnato D’Annunzio nelle scuole. “In passato, veniva spiegato molto brevemente a fine anno, mentre ora fortunatamente gli si dedica più spazio.” Per comprendere un genio come D’Annunzio, occorre studiarlo a fondo, immergendosi nelle sue liriche e nella ricchezza della sua parola. È lì che risiede il significato dell’estetismo e dell’espressione “vivere la propria vita come un’opera d’arte”.

Angelica Beretta

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