Il prof che sussurra al racconto

di Lorenza Tabbia e Ginevra Tregnago
In un liceo dove le parole sono spesso solo strumenti di studio, c’è un professore che le trasforma in racconti. Tra declinazioni e temi in classe. il prof. Emanuele Altissimo ha trovato il tempo di fare qualcosa di insolito: scrivere due libri. Durante le spiegazioni di Cesare e Dante, spesso prende spunto per idee o parole che originano pagine che uniscono rigore classico e curiosità contemporanea. Per questo abbiamo deciso di incontrarlo e approfondire la storia che si cela dietro ogni pagina: le sue ispirazioni, le difficoltà, le scelte stilistiche e soprattutto la missione che lo guida: quella di mostrare come la cultura possa essere ancora oggi uno strumento di libertà, crescita e bellezza.
Come ha scoperto di essere portato a scrivere un libro?
“È una domanda complicata… perché non so davvero se io sia “portato”. So solo che volevo scrivere un libro, ero appassionato. La passione è nata già al liceo: leggevo tantissimo, molto più di quanto studiassi, lo ammetto, e quella immersione continua nelle storie mi ha acceso qualcosa dentro. Già allora avrei voluto scrivere i miei libri. Mi dava persino fastidio, lo confesso con un po’ di ironia, quando leggevo qualcosa di meraviglioso e pensavo: “Avrei voluto scriverlo io!”. Un pizzico di ego smisurato, forse, ma è anche quello che mi ha spinto ad andare avanti. Così ho continuato a leggere sempre di più e, poco a poco, ho iniziato a scrivere tanto, in modo costante, quasi compulsivo. E a un certo punto è successo: è arrivata l’occasione giusta, il momento giusto… e anche un po’ di fortuna, perché per riuscire davvero, quella serve sempre.”
Se volesse descrivere i suoi libri con due parole quali sceglierebbe?
“Per scegliere due parole devo ripensare a come mi sentivo quando scrivevo. Come prima parola sceglierei sicuramente inquietante, perché le tematiche trattate sono abbastanza pesanti: famiglia e disagio mentale. Per quanto riguarda la seconda, direi curativi. Sì, questa è la parola giusta. Soprattutto il secondo libro, per me, è stato una vera e propria forma di terapia. Non me ne rendevo conto mentre lo scrivevo, ma mi ha aiutato fisicamente e mentalmente a risolvere alcune questioni personali, cose che riguardavano me stesso e anche la mia famiglia. E, incredibilmente, sono scomparse da un giorno all’altro, proprio grazie alla scrittura.”

Da dove nascono di solito le idee per le sue storie? Ha preso spunto dai suoi studenti?
“Questo ve lo posso dire facilmente: le mie storie nascono da altre storie. Copio un sacco, in senso buono, ovviamente. Come diceva Einstein, “L’artista non crea, ruba”, ed è incredibilmente vero. Io prendo tantissimo dalle opere che amo, per esempio da Bret Easton Ellis, un autore che adoro.
Poi, naturalmente, pesco molto anche dalla mia vita personale: soprattutto dalla storia della mia famiglia e da quelle delle persone che incontro. Ascolto molto, e ascolto volentieri, quindi, è inevitabile che qualcosa rimanga e poi finisca dentro i miei libri. È chiaro, però, che non plagio la vita reale delle persone: nessuno si ritroverà domani con i propri segreti spiattellati in un mio romanzo! Però sì, molti personaggi sono ispirati, anche se alla lontana, a persone che ho conosciuto davvero.
Per quanto riguarda i miei studenti… direi non ancora. Ho finito di scrivere il mio secondo libro mentre ero già qui a scuola, ma non c’erano personaggi adolescenti o scolastici. Quindi, al momento, non ho ancora integrato le influenze dei miei studenti nei miei romanzi.
Ma non vorrei dire “no” in assoluto: magari accadrà più avanti.”
Se potesse dare un consiglio agli studenti maturandi che vogliono scrivere, quale sarebbe quello meno banale?
“Per chi vuole scrivere narrativa di qualità, bisogna scrivere qualcosa che sentiamo urgente dentro di noi, qualcosa che ci destabilizza e che, quindi, ci costringe a uscire dalla nostra zona di comfort e affrontarlo di petto. Per chi, invece, deve scrivere un tema, ad esempio voi maturandi, sicuramente è necessario leggere con molta attenzione la traccia e avere un pizzico di fortuna, come in tutto”
Se avesse potuto insegnare una materia completamente diversa, quale avrebbe scelto? Oppure avrebbe fatto lo scrittore a tempo pieno?
“Se avessi potuto scegliere un’altra materia, avrei sicuramente insegnato storia dell’arte. È una passione enorme per me: già al liceo l’adoravo, e continuo a pensare che sia una disciplina straordinaria, purtroppo spesso trascurata nelle scuole. La storia dell’arte mi galvanizza quanto la letteratura: ci sono opere che ti lasciano senza fiato, come “L’entrata di Cristo a Bruxelles”, che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo quest’estate a Los Angeles. Sei metri di quadro che ti travolgono emotivamente… una vera botta emotiva!”

Se dovesse descrivere la sua giornata con un titolo di un film oppure di un libro, quale sarebbe?
“Direi Paura e delirio a… Torino. Scherzo! In realtà posso descriverla con il titolo di un libro che adoro: “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace — lo stesso autore su cui mi sono laureato. Le sue pagine sono pesantissime (in tutti i sensi), ma quel titolo rispecchia perfettamente le mie giornate: un enorme vortice.
È proprio così: mi sveglio, la giornata inizia… e poi, all’improvviso, mi ritrovo alla sera senza sapere bene come ci sono arrivato. Soprattutto perché ho una forte ADHD, che rende tutto più frenetico. Risultato? Le mie giornate sono una centrifuga continua, e la sera mi chiedo sempre: “Ma come sono finito qui? Sono già le nove?”.”
Che cosa spera che i suoi studenti ricordino di lei fra 10 anni?
“Bella domanda. Credo che, più di tutto, mi piacerebbe che ricordassero la mia passione. Non tanto per la materia in sé, quanto proprio per il modo in cui vivo le cose. Io sono una persona che si appassiona a 360 gradi: posso entusiasmarti parlando di qualsiasi argomento, anche il più banale. È una mia caratteristica, una qualità che riconosco in me stesso: essere sempre coinvolto, energico, di buon umore. È davvero raro che io sia giù di morale e, quando capita, cerco comunque di reagire. Ecco, vorrei che gli studenti ricordassero proprio questo: che non mi abbatto quasi mai, e che mi piacerebbe che anche loro facessero lo stesso. Vi assicuro che, in questi tre anni, e anche di più, ne ho passate diverse. Ma, nonostante tutto, cerco sempre di avere un atteggiamento positivo, e spero che questa attitudine resti un esempio per chi ha condiviso con me un pezzo di cammino.”
Qual è la parte più difficile di scrivere un libro e quella più divertente?
“La parte più difficile, in realtà, è anche quella più divertente: scrivere davvero. Quando ti metti davanti al computer, ogni fibra del tuo corpo ti suggerisce di fare qualunque altra cosa, perché l’atto della scrittura è faticoso, impegnativo, a volte quasi brutale. Non si tratta solo di inventare una storia: è che, mentre scrivi, ti senti continuamente inadeguato. Ogni riga ti fa pensare: “Non sono capace, non valgo niente, questo non ha senso…”.
Lo dico ridendo, ma è vero: è un lavoro frustrante, forse uno dei più frustranti che ci siano e non lo penso solo io, lo dicono scrittori di ogni epoca, vivi e morti.
Eppure, la parte bella è proprio quella che viene prima: quando immagini ciò che vorresti scrivere, quando nella tua testa tutto funziona alla perfezione. È un po’ come succede nella vita.”
Professore, spoiler sul terzo libro?
“Allora… ci sto pensando da tre anni, ve lo giuro. Per me i tempi sono lunghissimi: ci metto tre o quattro anni solo per pensare un libro, e poi altri tre per scriverlo. Insomma, non sono esattamente un fulmine. Quindi, no, il terzo libro non arriverà presto! Diciamo che sono nella fase di gestazione, quella in cui tutto è ancora sospeso. Ho un’idea, questo sì, e per ora ha passato la “prova di realtà”: di solito quando mi viene un’idea, aspetto un anno, poi ci ripenso e mi chiedo se mi convinca ancora. Se continua a sembrarmi buona, allora significa che vale la pena portarla avanti; se no, neanche comincio. Una cosa, però, la posso dire: cambio tutto. Basta famiglie, basta padri, madri… sono stufo.
Voglio andare in un’altra direzione.
Quale?
“Ecco, questo per ora resta il mio unico vero mistero.”




