L’uomo ribelle dell’infinito: la sete umana del divino e oltre

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Vive nell’uomo un desiderio incontrollato di superarsi: di elevarsi all’invisibile, al divino, di varcare i propri limiti all’insegna dei filosofi esistenzialisti, e di esplorare il divino. E la letteratura e l’arte sono la voce delle pulsioni e della natura dell’uomo: lo stesso Aristotele ne “La politica” I capitolo 1,2 spiega che la parola distingue l’uomo dagli altri animali, rendendola sigillo dell’umanità. La letteratura, infatti, risiede negli interstizi dell’anima, nell’incubazione del pensiero. Ed è dunque connaturato, nell’arte, il desiderio di sondare ciò che sfugge alla realtà sensibile, e che affascina terribilmente l’uomo. Questo piccolo essere che dinnanzi alla bellezza di tutto ciò che lo circonda si è domandato da dove venisse e chi avesse originato tutto, sentendo in sé un senso di vertigine e curiosità, “Un richiamo dagli abissi” l’ha definito Kundera ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.

La domanda, come piccola scintilla, ha fatto divampare un fuoco di opinioni, miti, opere e riflessioni: Platone sostenne l’esistenza di un’entità divina, il Demiurgo, che plasmò la χώρα originando il mondo ordinato, il κόσμος; Aristotele interpretò il divino come “primo motore immobile”. La Bibbia descrisse l’origine del mondo per mano di Dio e il giardino dell’Eden macchiato dal peccato dell’uomo, mentre i Buddisti seguirono gli insegnamenti di Siddharta Gautama all’insegna della meditazione e spiritualità come conferma anche Hesse nel romanzo “Siddharta”.

Nel mondo greco, poi, le divinità rappresentavano pilastri comuni a tutto il mondo elleno, e incarnavano esasperatamente alcuni tratti umani. Un’esplosione di miti, ossatura della letteratura greca (racconti tradizionali ripresi anche dallo stile artistico Neoclassico con artisti come Canova che immortalò la storia di Amore e Psiche raccontata da Apuleio ne “Le metamorfosi”), si scatena come pennellata vorace di colori con banchetti, amori, guerre e liti fra gli dei.

L’aedo ha in sé la voce divina delle muse per cantare poemi e miti, e dunque il divino è la voce della poesia, dell’incantevole musa Calliope.

Le divinità greche, e poi romane, erano però entità facilmente irritabili e vendicative, capaci di punire severamente se non rispettate: si insinua così nel rapporto fra uomo e divino la paura. Il sofista Crizia, nel V secolo, sostiene infatti che il divino non è altro che uno strumento ordito dal potere per incutere timore e manipolare i sudditi. Per questo personaggi come Prometeo e Ulisse, legati dal filo della curiosità, astuzia, e amore sconfinato per l’umanità (individui elogiati poi dal Romanticismo come dimostra De Sanctis ne “La storia della letteratura italiana” e in “Lezioni e saggi”) sono rigorosamente puniti perché macchiati dalla ὕβρις di voler disobbedire e superare il divino.

Con Esiodo, in età Arcaica, si oscilla al confine fra gli dei omerici che ridono della punizione mossa attraverso la giovane Pandora, e gli dei garanti della giustizia a metà fra punizione e protezione divina. Legata a quest’ultima, lo stesso Solone, politico e lirico del V secolo, nell’ “Elegia al Buongoverno” confida nella protezione della città di Atene, ordita dalla dea protettrice, nonostante il degrado pervada la città.

Il legame fra il desiderio umano di ordine e giustizia e il divino emerge anche con S. Agostino nel “De civitate Dei”: egli sostenne che nelle due città, già presentate da Esiodo in “Ἔργα καὶ Ἡμέραι”, gli uomini debbano seguire la città di Dio abbandonando ingiustizia e avidità.

Dunque il rapporto fra l’uomo e il divino è un caleidoscopio di interrogativi sull’origine dell’essere umano, sulla protezione e punizione, sulla giustizia divina, e infine sulla meraviglia. Perché è questo stupore perpetuo, “Una fame di esistere” direbbe Elsa Morante, che scatena nell’uomo il desiderio di esprimere il dubbio che possa esistere qualcosa oltre.

Oltre l’uomo, oltre la quarta parete, oltre il mondo sensibile: e così il divino diviene la chiave dello stupore. Scovato nei dettagli, negli occhi di una donna “Che par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare”, nella perpetua scoperta di ogni giorno.

Nell’arte e nella letteratura la bellezza della donna si eleva a divino, allo stupore incontrollato: come nelle dita che si sfiorano nella Creazione di Adamo di Michelangelo, dove il contatto tra umano e divino resta per sempre sospeso.

E’ la meraviglia metafisica di Beatrice nell’Empireo che si tramuta in un inno al binomio di letteratura e divino in “Oltre la spera che più larga gira” rendendo “La vita nova” emblema di bellezza divina coniugata in versi e prosa. E poi Pavese che vede negli occhi di Costance Dowling “Una vana parola, un grado taciuto, un silenzio” nel momento in cui verrà la morte, Montale nella donna che ama sente un soffio divino, e già nell’antica Grecia Afrodite è cantata da Saffo nell’ “Inno ad Afrodite” in un’estasi di amore doloroso e travolgente, e descritta nell’arte Ellenistica in tutta la sua bellezza.

Quindi il pensiero umano è immenso, lo stupore si sposa con la parola plasmata da meravigliosi versi, sculture, opere, film. Per gridare che si può, e si deve andare oltre.

“Com’è profondo il mare” cantava Dalla omaggiando la vastità del pensiero umano, e l’arte e la letteratura sono come pinne per scendere sempre più in profondità e sfiorare, con un brivido, il confine fra divino e umano per arrivare oltre. Sempre più oltre.

 

Costanza Castorina



Il Salice

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