Ustica, una strage italiana

Screenshot

di Isabel Rolle, Alejandro Rolle, Francesco Bili, Antonio Capozzi

“Quella non fu solo una tragedia, ma anche una verità nascosta’’. Così è iniziato l’incontro con Daria Bonfietti che la redazione del Salice ha avuto l’onore di conoscere il 17 aprile durante l’uscita a Bologna.

 

 

Daria Bonfietti è sorella di una vittima della strage. Nel 1988, fonda l’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica sentendo il bisogno di capire le cause del decesso del fratello Alberto.

Nel giugno del 1980 un aereo di linea parte da Bologna con destinazione Palermo. Passa per un tratto non coperto dai radar, il Punto Condor nel Mar Tirreno, che non supererà mai. Il mattino seguente vengono avvistati vicino all’isola di Ustica i primi detriti del velivolo. Tutti sono a conoscenza del disastro. Nessuno sa perché sia caduto. 

Inizialmente, il caso viene liquidato velocemente come cedimento strutturale, facendo ricadere interamente la responsabilità alla compagnia aerea Itavia, già pesantemente indebitata prima di Ustica. Essere travolta dallo scandalo ne accelera solo il processo di fine di attività, che termina nel 1981 quando viene revocata la licenza di volo alla compagnia. Da lì a poco, però, Aldo Davanzali, dirigente dell’azienda, si oppone a questa versione, sostenendo che fossero stati effettuati i controlli e la manutenzione prima della partenza. Si capisce che si tratta solo di un’azione di depistaggio in modo da far perdere attenzione al caso. 

 

 

Proprio mentre l’autorità tenta di archiviare velocemente il caso come “incidente”, interviene il giornalista Andrea Purgatori. Pochi giorni dopo la tragedia, infatti, riceve una telefonata da una fonte all’interno della centrale di controllo dei radar, che si scoprirà anni dopo essere un sottufficiale dell’Aeronautica, che asserisce che l’aereo sarebbe stato abbattuto. Questo evento rappresenta la scintilla che ha riacceso l’inchiesta, facendo emergere le prime contraddizioni. Nonostante ciò, la ricerca della verità si scontrerà contro quello che lo stesso Purgatori descrive come il “muro di gomma”, la reticenza militare e istituzionale.

E’ per abbattere questo muro che la tenacia di Daria Bonfietti si rivela essenziale. Di fronte a un rischio di archiviazione definitiva, consapevole che la voce del singolo non poteva essere ascoltata, mobilita la società civile raccogliendo le firme di personalità in una lettera rivolta al Presidente della Repubblica. Passando per il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e la magistratura, la lettera ha permesso una prima collaborazione con servizi segreti e Aeronautica, e quindi di ottenere i tracciati radar: la notte della strage, i controllori del traffico aereo si erano accorti che il segnale del DC-9 non era l’unico in cielo. Con la guida del caso passata al giudice Rosario Priore, si parla per la prima volta di una guerra nei cieli italiani. 

Nella verità giudiziaria attuale si è quindi arrivati alla conclusione che si stava verificando in territorio italiano un’operazione militare internazionale nel primo indomani della Guerra Fredda. Non si trattava di un attentato terroristico per mezzo di una bomba, e nemmeno di un guasto del DC-9: erano presenti caccia della NATO (probabilmente francesi e americani) e libici, con il coinvolgimento del leader Gheddafi. Vengono quindi ipotizzate come cause della caduta dell’aereo un missile o una collisione dovuti al tentativo di colpire l’aereo libico che si nascondeva sotto il DC-9. In definitiva, durante i processi si erano stabilite le cause, ma non gli autori della strage di Ustica. 

 

Poco dopo queste conclusioni, nel 2008, interviene Francesco Cossiga, Presidente della Repubblica nei anni in cui si svolgono in parte le indagini, che racconta ai giornali di un episodio avvenuto negli anni ‘80,  fino ad allora tenuto nascosto. Il generale Santovito, al tempo direttore del SISMI, avrebbe telefonato a Gheddafi per avvertirlo della situazione sfavorevole e pericolosa che lo circondava. Si sarebbe quindi sviluppata la battaglia con un caccia libico sotto il DC-9. Sarebbe stato un aereo francese a colpire il suo aereo con un missile, provocando un movimento improvviso del caccia libico per schivare il missile. Questo avrebbe lo avrebbe portato a frizionare contro il DC-9. Conclude il racconto sostenendo che il soldato francese, rientrato nella portaerea francese che si sospettava si trovasse nel Mar Tirreno ma di cui non si e mai trovata traccia, accortosi di ciò che aveva fatto, si tolse la vita.

La magistratura si trova quindi davanti a una decisione difficile: considerare la dichiarazione come vera, oppure dichiarare che non era più in grado di intendere e volere. Scelgono la prima, ma, in seguito ad avere riaperto il caso, indagato anche su America e Francia, avere setacciato tutte le zone interessate e non essere riusciti a trovare altre prove, nel 2025 hanno dichiarato di voler chiudere il caso nuovamente. 

Ad oggi, Daria Bonfietti e l’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica stanno cercando di mantenere il caso aperto e arrivare alla verità definitiva di chi ha provocato così tanto dolore a così tante persone.

 

 

Il DC-9 è ora conservato al Museo per la Memoria di Ustica a Bologna che ospita, inoltre, un’installazione permanente dell’artista francese Christian Boltanski. L’opera, intitolata “A proposito di Ustica”, circonda i resti riassemblati dell’aereo con l’obiettivo di ricordare questa strage, ma soprattutto le 81 vittime.

Al di sopra del DC-9 sono sospese 81 luci che pendono dal soffitto e si accendono e si spengono in modo ritmico, imitando un respiro. Nel ballatoio sono posizionati 81 specchi neri, per ricordare che ancora oggi non è stato possibile fare luce sul caso, dietro i quali si trovano altrettanti altoparlanti che emettono sussurri e pensieri diversi. Le voci esprimono frasi semplici e quotidiane, come quelle di persone in partenza per una normale vacanza, inconsapevoli di ciò che sarebbe accaduto. Proprio questo suggerisce la casualità e l’imprevedibilità della tragedia: un evento che ha interrotto all’improvviso vite comuni, mai arrivate a destinazione.

Dopo aver rinvenuto numerosi oggetti, tra cui effetti personali delle vittime, si è discusso a lungo su come esporli. Alla fine, grazie all’intervento dell’artista, si è deciso di collocarne una parte all’interno di nove grandi casse nere chiuse, vicino all’aereo. Questa scelta consente di esporre gli oggetti in modo indiretto, mantenendo il rispetto per tutte le persone che quel giorno hanno perso la vita.

Nonostante gli ostacoli, i depistaggi, la sofferenza e le difficoltà che ha già affrontato, così ha concluso il suo discorso Daria Bonfietti: “La mia battaglia continuerà. Finita quella con la magistratura inizia quella con la politica in modo che anch’essa si attivi”.. Ha intenzione di lottare fino alla fine, in nome del fratello e di tutte le vittime di questa strage, per giungere alla verità.

Isabel Rolle



Il Salice

Il “Salice” nasce nel 1985. Negli ultimi sette anni sono stati pubblicati più di 2000 articoli online.


Contattaci


Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Potrai visualizzare la lista dei cookies attivi e revocare il consenso collegandoti alla pagina http://ilsaliceweb.liceovalsalice.it/cookie-policy. Per maggiori informazioni leggi la nostra Privacy Policy.

Chiudi