Citofonando Seneca: dietro le quinte

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di Giada Bancale, Alessandro Giovanni Mannella, Camilla Marino

In un mondo frenetico, nel quale rischiamo di diventare sempre più “occupati”, il pensiero stoico ci offre una prospettiva sorprendentemente attuale. Abbiamo avuto il piacere di porre qualche domanda agli attori del Teatro Erba che hanno messo in scena “Citofonare Seneca” per conoscere il modo in cui una filosofia antica possa ancora parlare all’uomo moderno.

Cosa avete imparato dal ruolo che avete interpretato?

C’è un filo conduttore nelle risposte degli attori: tutti si sono soffermati sul tema del tempo. Non si sono limitati a riconoscerne la rilevanza all’interno dello spettacolo, ma hanno descritto come questa riflessione li abbia toccati personalmente. 

Luca, interprete dell’editore, ha spiegato che il copione lo ha fatto riflettere sui momenti dedicati alla conoscenza di sé. Sulla scena il suo personaggio rappresenta la frenesia di chi corre dietro a mille appuntamenti e insegue un impegno dopo l’altro. Il saper rallentare e ponderare le proprie decisioni è essenziale per vivere in armonia con il mondo e con se stessi. 

La riflessione viene ripresa da Martina, interprete di Elena, che si è soffermata su come sia possibile affrontare l’ansia per il futuro imparando a vivere appieno il presente. La cura di sé apre la mente, rivela potenzialità nascoste. Elia, il dottore, si è portato a casa proprio questo, trovandovi alcuni spunti per rispondere alle domande che si poneva sulla gestione della propria quotidianità. 

In preparazione allo spettacolo vi è servito studiare l’autore latino?

La realizzazione dello spettacolo è fondata, in primo luogo, sullo studio scolastico dell’autore, a cui si aggiunge un lavoro di attualizzazione. Quest’ultimo è reso più agevole dal fatto che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la società odierna presenta numerosi punti in comune con quella in cui visse Seneca. 

Le riflessioni del filosofo, pur essendo nate in un contesto storico molto distante dal nostro, conservano una attualità sorprendente: il rapporto con il tempo, la foga degli impegni e lo spazio da dedicare all’interiorità sono questioni che attraversano entrambe le epoche. Lo studio del suo pensiero non si limita alla comprensione della filosofia stoica, ma diventa il punto di partenza per riscoprirne il significato nel presente e trasmetterlo al pubblico contemporaneo. 

Domanda rivolta ad Elia: come si conciliano i ruoli di attore e regista? Ne è prevalso uno a livello pratico?

Nel corso delle diverse edizioni dell’opera, il lavoro di regia si è concentrato sulla struttura e sui movimenti all’interno delle scene. In uno spettacolo teatrale, la comunicazione non verbale ha un enorme impatto sullo spettatore. Altrettanto fondamentali sono le luci e le musiche, che contribuiscono a caratterizzare le scene e i diversi momenti in cui si sviluppa il dramma. 

Se il ruolo dell’attore comporta una dimensione prevalentemente personale, quello del regista porta con sé una responsabilità collettiva. Accanto alla componente organizzativa, Elia ricorda che «quando va via il copione puoi metterci qualcosa di tuo». Il suo compito è stato proprio quello di armonizzare le espressioni individuali degli attori con la trama complessiva dello spettacolo. 

Che effetto fa avere come colleghi i propri studenti e, viceversa, trovarsi a lavorare fianco a fianco con un proprio Professore?

Elia ha descritto questa esperienza come estremamente stimolante, sottolineando come essa offra l’opportunità di acquisire una prospettiva più aggiornata e di trarre ispirazione dalle “vibes” trasmesse dai propri studenti. 

Aurora, che come Martina ha vestito i panni di Elena, ha invece offerto il punto di vista di una studentessa: ha raccontato che, sebbene all’inizio si percepisse un certo distacco, con il tempo il rapporto si è evoluto, arrivando a considerare il docente a tutti gli effetti come un collega.

Come descrivereste l’esperienza di questo spettacolo?

Il cast ha restituito un quadro poliedrico dell’esperienza, evidenziando come ciascuno l’abbia vissuta attraverso sfumature personali e differenti. I vari membri hanno infatti descritto il progetto con una serie di aggettivi significativi: un vero e proprio viaggio, un’occasione di insegnamento e di introspezione, un confronto diretto con il latino e, non ultimo, un profondo percorso di cambiamento.

Domanda rivolta ai ragazzi: che percorso volete intraprendere dopo il liceo?

Come è naturale che sia, una domanda del genere può generare panico, trattandosi di una fase della vita in cui è assolutamente normale non avere ancora certezze assolute sul proprio futuro. Le risposte del cast riflettono questa varietà di percorsi: 

Leonardo, interprete di Fabiano, ha raccontato di come i suoi interessi si siano evoluti nel tempo, passando da una forte passione per il musical a un orizzonte di scrittura più ampio, che spazia dai libri alle opere teatrali.

Aurora ha invece trovato una bussola precisa grazie a un’esperienza su un set cinematografico, che le ha permesso di comprendere con chiarezza la strada che desidera intraprendere.

Martina si trova invece di fronte a un bivio stimolante ma incerto, divisa tra la passione per il mondo del teatro e la scelta di intraprendere gli studi in biotecnologie sanitarie.

Vi è mai capitato di dimenticare una battuta nel bel mezzo della scena? Se sì, come avete gestito la situazione?

Luca ci ha raccontato che la sua esperienza nel mondo del cabaret  gli ha insegnato l’arte di reinterpretare le parole. Ha collegato questa capacità alle sue difficoltà mnemoniche: conoscendo a fondo il copione e la storia, riesce a rielaborare una frase o una battuta quando non la ricorda esattamente, facendo in modo che il messaggio arrivi chiaro agli spettatori. 

Ha aggiunto che spesso è più teatrale e significativo riuscire a trasmettere una interpretazione personale dello spettacolo piuttosto che limitarsi a imparare le battute a memoria e ripeterle meccanicamente, senza comprenderne davvero il significato. 

Luca ha sviluppato anche uno stratagemma per gestire questi momenti e guadagnare il tempo necessario a trovare una nuova formulazione: ridere sulla scena. Nel frattempo, il pubblico, non conoscendo il copione originale, difficilmente può accorgersi del cambiamento. Se la battuta riesce comunque a comunicare il contenuto desiderato, allora, in fondo, il suo obiettivo è stato ugualmente raggiunto.

Ci raccontate qualche aneddoto successo durante le prove o dietro le quinte?

Tra gli aneddoti raccontati, il primo riguarda una scena in cui Elia doveva chiamare ad alta voce un personaggio di nome Corrado. Il problema era che nessuno sembrava ricordarsi il suo nome: durante le prove, infatti, veniva continuamente sostituito con nomi diversi, tra cui Gerardo, Giacomo e Girardi. Nei momenti di maggiore confusione, poi, il nome cambiava completamente, arrivando persino a diventare Graziella. 

Non mancano nemmeno le dormite in platea dopo le prove, segno della stanchezza accumulata durante il lavoro. Infine, un episodio ha come protagonista proprio Elia. Durante una prova generale, aveva lasciato il telefono su un tavolo in scena. A un certo punto, mentre pronunciava una parola in inglese, Siri, impostata in quella lingua, l’ha interpretata come un comando e ha finito per chiamare uno zio di Elia che non sentiva da circa dieci anni.

Che cosa vorreste che gli spettatori traessero da questo spettacolo?

Uno dei messaggi che si vorrebbe trasmettere al pubblico è l’importanza di recuperare il proprio tempo, anche attraverso un uso più consapevole del telefono. A questo proposito, è stato raccontato l’esempio di un gioco ambientato a Milano, in cui l’appuntamento era fissato per le 18:00, ma i partecipanti avrebbero dovuto tenere il telefono in modalità aereo per tutta la giornata. L’obiettivo era quello di riscoprire l’importanza di dedicare alle cose il tempo necessario, senza fretta né continue distrazioni, così da poterle vivere con maggiore attenzione. 

Una situazione del genere può inizialmente generare ansia, soprattutto per la paura di non riuscire a trovare l’altra persona senza poterla contattare. Eppure, proprio rinunciando alla necessità di avere tutto sotto controllo, si può imparare a vivere l’esperienza con maggiore serenità. In fondo, se ci si concede il tempo necessario e si affrontano le cose senza ansia, l’incontro può avvenire comunque, come dimostra il fatto che, alla fine, i partecipanti sono riusciti a ritrovarsi. 

Il messaggio, quindi, è un invito a rallentare, a vivere il presente e a riscoprire il valore del tempo, lasciando che le cose accadano senza la costante preoccupazione di doverle controllare.

Come si è sviluppata la dinamica di gruppo? Come vi sostenete nei momenti difficili?

Il gruppo che si è creato rappresenta un elemento fondamentale per il percorso artistico di questi ragazzi. Il teatro, infatti, non è soltanto una scuola o un luogo in cui imparare un mestiere: diventa il loro mondo, una parte integrante della loro vita in cui ciascuno è chiamato a sostenere il sogno dell’altro, tanto nei momenti più belli quanto in quelli più faticosi.

Ed è proprio nelle situazioni più complesse che il gruppo ha dovuto dimostrare una coesione ancora più forte del solito. Come riuscirci? A volte, basta un solo sguardo. Uno sguardo capace di comunicare più di mille parole, di suggerire un cambiamento improvviso nel copione e di permettere agli attori di adattarsi sul momento, senza interrompere la scena. Anche quando qualcosa non va come previsto, la capacità di ascoltarsi e comprendersi permette di trasformare l’imprevisto in un’occasione per continuare a costruire qualcosa insieme.

Il risultato non è soltanto uno spettacolo capace di arrivare al pubblico, ma anche la possibilità di trasmettere qualcosa di più profondo a chi condivide il palcoscenico: la sensazione di appartenere a una famiglia, in cui ciascuno può contare sugli altri. Perché, quando il legame tra le persone diventa così forte, il palco smette di essere soltanto un luogo di lavoro e si trasforma in una vera e propria casa.

Alessandro Giovanni Mannella



Il Salice

Il “Salice” nasce nel 1985. Negli ultimi sette anni sono stati pubblicati più di 2000 articoli online.


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