Dove indica il Signore: intervista a Don Cristian Besso

di Alessandro Giovanni Mannella
Per molti la teologia è una materia da libri impolverati, per altri è un concetto astratto. Per Don Cristian Besso invece, è una materia viva che dialoga con la scienza e con la musica. Tra gli impegni come Preside dell’università della Crocetta e come insegnante qui da noi a Valsalice, abbiamo avuto l’opportunità di intervistarlo per conoscere meglio la sua vita e le sue idee sul mondo.
In giovane età aveva mai pensato di diventare insegnante di Patrologia e Storia della Chiesa? Quali erano i suoi interessi al tempo?
In giovane età non avrei mai neppure pensato di diventare religioso e prete. Figuriamoci, quindi, se avrei mai immaginato di insegnare patrologia e storia della Chiesa. Peraltro io ho fatto il liceo classico e, pur interessandomi molto alla cultura antica, con le lingue classiche all’inizio ho fatto un po’ di fatica. I miei interessi sono sempre stati incentrati sulla storia dell’arte, particolarmente il primo millennio e la dimensione più simbolico-grafica dell’arte. Questo mi ha poi permesso di trovarmi a mio agio con le espressioni letterarie del primissimo Medioevo.
Man mano che proseguivo nella vita salesiana, mi rendevo conto che il dono della cultura che avevo ricevuto doveva essere ridonato agli altri e non poteva rimanere solamente come una scelta personale.

Ci può parlare del suo percorso di formazione per diventare insegnante dell’università? Quali sono le decisioni dietro questa scelta?
La decisione dietro questa scelta è strettamente legata all’obbedienza. Quando conclusi l’università di Stato in lettere antiche con indirizzo archeologico ero già salesiano; e contemporaneamente concludevo anche il primo ciclo di teologia. Mi venne chiesto di approfondire la teologia antica dal momento che la tesi di laurea all’università statale l’avevo fatta a partire da un documento databile intorno al 390 d.C., che è la Vita Hilarionis di San Girolamo di Stridone.
Quindi questo mio interesse fu sostenuto da alcuni superiori che mi chiesero di iniziare un percorso molto interessante all’Augustinianum di Roma dove ho completato la laurea in teologia. L’istituto, pur essendo cattolico, è ecumenico e prepara i futuri insegnanti universitari per quanto riguarda la patrologia. Così, risolsi questo studio con una tesi sulle lettere di Antonio Abate il Grande, autore degli inizi del IV secolo legato alla letteratura greca tardo antica.
Dopo aver concluso gli studi, non iniziai subito a insegnare alla Crocetta, ma mi dedicai per otto anni all’insegnamento di storia dell’arte, dato che questo era il mio titolo di studi più spendibile. Ad un certo punto il superiore generale di noi salesiani dell’epoca, Don Chávez, mi disse che era ora di irrobustire i miei studi teologici perché era necessario trovare dei docenti per la nostra facoltà di teologia. Pertanto, sempre all’Augustinianum e sempre in teologia antica e patristica, iniziai il dottorato per poi poter assumere la professione della docenza universitaria.
All’epoca questa prospettiva mi spaventò molto. Avevo 39 anni, e mi trovavo molto bene con i giovani liceali. Dover cambiare vita per fare il dottorato in teologia all’inizio lo vidi come una sfida decisamente ardua. Non ero più giovanissimo, dovevo riprendere gli studi, ma comunque mi dedicai all’obbedienza. Infatti, in due anni abbondanti, riuscii ad arrivare al dottorato e quindi anche all’insegnamento della teologia antica. Tutta la mia vita adesso è quello.
A un certo punto mi chiesero anche di non limitare il mio insegnamento alla teologia, ma di assumere il servizio organizzativo di questa nostra piccolissima facoltà teologica. Potete immaginare come all’inizio io non fossi un mago dei computer, infatti dovetti imparare tutto il sistema dei programmi universitari, dei registri elettronici eccetera.
La passione per la storia dell’arte è sempre rimasta molto forte in me, e riuscii a metterla a frutto nell’organizzazione di un grande museo nel complesso di Valdocco con gli altri salesiani. Ebbi la fortuna o, per meglio dire, il dono di poter coordinare per un anno intero questa équipe di lavoro, per cui anche quei miei primissimi studi trovarono una piccola realizzazione professionale.

Sappiamo che lei ha una formazione musicale alle spalle: secondo lei c’è un autore musicale o un brano che esprime la bellezza di Dio meglio di molti tomi di teologia?
Fin da bambino i miei genitori mi fecero studiare musica, e quando poi entrai in congregazione era necessario trovare qualche salesiano che sapesse far cantare i giovani. Allora mi hanno fatto fare un po’ di scuola di canto e quindi ho iniziato a cantare. La mia attività canora si concentrava sul canto sacro, il canto gregoriano. Quando poi mi trovavo all’Ausiliatrice per il ministero, il fatto di poter cantare mi ha permesso di guidare la liturgia in un modo un po’ più robusto.
Secondo me ci sono tre opere che descrivono particolarmente bene la bellezza di Dio: l’Alleluia di Händel, l’Adagio di Pachelbel, e poi un testo arcaico che è il Christus factus est pro nobis gregoriano, che si canta come responsorio il Venerdì Santo. In più, a me piacciono anche molto Palestrina e Monteverdi, che sono autori della polifonia romana di inizio XVII secolo.
Che ruolo ha la patrologia oggi?
La patrologia non è al centro dello studio teologico, ma offre alla teologia gli strumenti e le fonti. C’è stato un imponente recupero della patrologia e degli studi biblici immediatamente prima del Concilio Vaticano II, in modo che la teologia non fosse una inventio hominis, cioè una serie di teorie infondate sul mistero di Dio, ma che ci fosse una certa scientificità del discorso teologico. Dato che le fonti offrono già dei documenti, dei testi, una riflessione previa al teologo, si può dire che la patrologia affila il bisturi: offre alla teologia gli strumenti per riflettere sul mistero di Dio, che precede la riflessione umana.
Lei insegna sia all’università della Crocetta che qui da noi a Valsalice. Che differenze riscontra nelle relazioni con gli studenti e il metodo di insegnamento da lei adottato? Come è stato il suo primo impatto con gli studenti del nostro liceo?
Le differenze ci sono e non ci sono. Ci sono, nella misura in cui una classe liceale è più curiosa nei confronti dell’insegnante. È vero che può essere un po’ irrequieta da un punto di vista disciplinare, ma solitamente ha il desiderio di lasciarsi accompagnare da un docente. Spesso gli studenti universitari hanno l’unico problema dell’esame finale quindi, se seguono una disciplina, alcuni possono essere motivati semplicemente dal fatto che quell’esame si deve passare.
Da un punto di vista metodologico, io trovo che sia molto bello il fatto che in una classe come quella del liceo si possano rendere molto protagonisti gli allievi facendoli intervenire e chiedendo dei suggerimenti. L’insegnamento universitario, invece, ha bisogno di un certo rigore formale e il più delle volte c’è una certa passività dell’aula.
Per quanto riguarda l’inserimento in Valsalice, io non lo ho neppure sentito. Mi sembra molto normale l’ambiente in cui provo ad insegnare. Non solo, ma mi sembra che siate una popolazione studentesca molto recettiva, e non mi sembra assolutamente che ci sia, almeno nelle quinte, l’atteggiamento dell’autosufficienza.
Questo secondo me è frutto però di tutto un cammino educativo che c’è stato in questi anni a Valsalice, per cui i giovani sono proprio nostri; si rendono conto di essere in una famiglia e non vogliono fare altro.

A suo avviso la materia che insegna è puramente teorica o dà spazio all’applicazione nella vita quotidiana?
Secondo me non è teorica, assolutamente. Insegnare religione non significa insegnare semplicemente delle idee, anche se l’ambiente classe è particolarmente propizio affinché se ne possano consegnare. Certo, devono essere delle idee che illuminano la vita, che stimolano scelte e comportamenti. Nella Didachè (Διδαχή), uno dei testi cristiani più antichi, si dice che uno dei principi etici è quello di non avere il cuore doppio. Se si prova a non avere il cuore doppio si vive meglio.
La teologia si occupa dello studio di Dio, ma fino a che punto è possibile conoscere Dio attraverso lo studio e la ragione? E che ruolo hanno l’esperienza personale e la dimensione mistica?
Fino al 1000 nessuno pensava, a ragione, che si potesse conoscere Dio se non erano presenti queste quattro componenti, ovvero: la conoscenza della Scrittura, un’esperienza di preghiera, una vita ecclesiale, cioè assieme agli altri, e il desiderio di essere coerenti con il proprio battesimo. Poi, per motivi di carattere teoretico, l’inizio della scolastica e una certa astrazione del sapere teologico, la teologia è diventata essenzialmente la scienza delle idee chiare e distinte su Dio.
Indubbiamente questa esattezza e chiarezza delle idee su Dio non sempre ha dato tutti i buoni frutti sperati, perché si è rischiato di trasformare il cristianesimo in una ideologia, in una teosofia. Oggi o la teologia ritorna ad essere un’esperienza di Chiesa, un’esperienza di riflessione intellettuale, un’esperienza personale e un’esperienza di preghiera, o si trasforma in una teologia così asettica, così fredda, così ideologica, che può essere persino violenta.
Studiando la storia della Chiesa, spesso si ha l’impressione che fede e scienza siano state in conflitto tra loro, come testimoniano casi celebri come quello di Galileo. Dal suo punto di vista questo conflitto è reale o è frutto di un pregiudizio storico?
Scienza e fede sono state una contro l’altra non perché lo siano, ma perché si è voluto metterle in contrapposizione intravedendo teoria scientifica e teoria teologica come epigoni di due poteri: il potere ecclesiale e il potere laico. Noi abbiamo la testimonianza che per il primo millennio scientiae philosophiae sunt ancillae theologiae, cioè fede e scienza sono saperi armonici, non saperi contrapposti.
Certo che se si riduce il sapere laico alla scienza e il sapere ecclesiastico alla teologia, e si ipotizza che ci siano tra i due mondi delle contrapposizioni per una custodia del potere della sapienza o dell’informazione, allora è facile metterle in contrapposizione. Ma se si ritiene che l’intelligenza che noi abbiamo è un dono di colui che ci ha creato, è naturale che la scienza è un dono di Dio e dunque non può essere in contrapposizione con l’intelligibilità della fede.
Cosa spera che rimanga ad uno studente di Valsalice delle sue ore di religione anche se in futuro potrebbe scegliere una facoltà scientifica all’università?
Accolgo con serenità la scelta di una facoltà scientifica, perché secondo me la scienza è uno strumento straordinario di crescita sociale. Non vorrei mai che l’aspetto religioso fosse visto in senso integralista, cioè come qualcosa che viola la libertà. Se Dio viola la libertà, non è Dio. Per me non c’è nulla di peggio dell’atteggiamento di chi dice: «Ti impongo le cose». Il mistero di Dio va proposto, ma mai imposto. E soprattutto deve essere una proposta razionale e comprensibile, non anti-umana.
Io non sopporto proprio una teologia che sfiora o la magia o lo spiritualismo. Ci sono delle realtà della nostra storia, del nostro Vangelo, che di per sé possono suscitare interesse, dare senso alla vita; e non vanno né imposte né presentate come qualcosa di magico, esoterico o capace di produrre effetti automaticamente. I valori che voglio trasmettere sono il buon senso, la normalità e l’aspetto dialogico.
L’incontro con Don Cristian ci ha permesso di conoscere il percorso umano che sta alla base del suo lavoro di insegnante: le passioni coltivate in gioventù, l’accettazione di decisioni inaspettate e la voglia di mettersi in gioco. Da questo emerge l’idea che la cultura sia qualcosa da condividere e che offra grandi occasioni di crescita per sé e per gli altri. Infine, la sua esperienza dimostra come interessi e conoscenze possano trovare nuovi significati nella vita, e come la disponibilità a lasciarsi interrogare dal mondo possa aiutarci a conoscere meglio noi stessi.




