Arturo Brachetti e Davide Allena, la magia di saper sognare

Nella giornata del 9 ottobre, Valsalice ha avuto l’onore di ospitare e intervistare due artisti dalla fama internazionale: Arturo Brachetti, il più grande interprete mondiale dell’arte del trasformismo, e Davide Allena, attore, regista e prestigiatore. Entrambi sono esempi concreti della vittoria delle proprie passioni sulle aspettative altrui, perché sono stati capaci di continuare a sognare nel corso della loro vita. Tutti, almeno una volta, abbiamo provato a immaginarci come un prestigiatore che fa comparire un coniglio da un cappello vuoto. Ma come si fa a tirare fuori un sogno quando si cresce e la realtà sembra spegnere la fantasia? Proprio attorno a questo mistero ha ruotato il confronto con i nostri ospiti, interrogandoci sul valore dei desideri e sul futuro della nostra generazione.

CHE COSA SIGNIFICA “SOGNO” E C’E’ ANCORA SPAZIO PER SOGNARE NELLA NOSTRA GENERAZIONE?
Brachetti inizia raccontando i suoi anni del liceo. Si definisce un artista “chilometro 0”, che ha frequentato l’istituto salesiano di Chieri al classico negli anni ‘70. Si ricorda in maniera particolarmente vivida che doveva sostenere gli esami a Valsalice, una sorta di “Hogwarts”, una scuola in collina con guglie e professori reputati severi. Però gli studi non erano la sua passione più grande. Racconta di come fosse bullizzato per la sua statura, e di come per tutta la vita aveva sentito un sentimento erosivo che lo spingeva a chiedersi come si sarebbe potuto “vendicare”. Quindicenne, incontra un prete, don Silvio Mantelli, che gli ha insegnato l’arte del prestigio. In questo modo, trova lo strumento che gli permette di riscattarsi. Così, inizia a indossare costumi nel teatro dell’istituto per via della sua timidezza e a fare giochi di prestigio. Infine, in scena, è riuscito a diventare ciò che sognava da bambino. Questo ricercare il proprio sogno corrisponde alla figura del Daimon di Galimberti – spiega Brachetti. Uno spirito di irrequietudine, una spinta che costringe l’adolescente a cercare il proprio posto nel mondo, a domandarsi che contributo può dare alla società. E quando, finalmente, si raggiunge il proprio daimon, si realizza la cosiddetta eudaimonia. La vera felicità. La realizzazione della persona tramite la scoperta e il raggiungimento della propria vocazione.
Allena, invece, ci pone davanti a una difficoltà. Tutti siamo stati bambini, con dei sogni, talvolta ingenui, ma comunque aspirazioni fantasiose. A un tratto però, si smette di essere bambini, e si perdono questi sogni. Racconta di quando anche a lui era successo. Da piccolo era solito giocare con i Lego, una volta prende la macchinina che aveva costruito e la guarda confuso. Aveva perso la fantasia di crearsi una storia, di perseguire il suo sogno di creare qualcosa. Non si tratta di iniziare a sognare, ma piuttosto di tornare a quella mentalità da bambino piena di sogni. Poi, inevitabilmente, cambiano le aspirazioni, ma l’aspetto fondamentale è quello di allenarsi a sognare, per mantenerne viva la voglia, indipendentemente dalle circostanze.
VI RICORDATE CHE SOGNI E SPERANZE AVEVATE ALLA NOSTRA ETÀ? VI VEDEVATE COSÌ COME SIETE ORA?
Brachetti ci dice che sin da piccolo il suo sogno era quello di lavorare in teatro, di essere visto, perché nella sua vita era sempre stato invisibile. E così, approda nel mondo dell’illusionismo. Ma non si sarebbe mai aspettato di arrivare a Parigi con un one-man show, andare in tournée per teatri in tutto il mondo o vincere così tanti premi. È andato ben oltre ai propri sogni. Qui sorge un problema. Nel 2004, a Parigi, all’apice della sua carriera, non riesce a dormire. Consulta uno psicologo, che gli svela che ha raggiunto il suo “Everest”, e che guardandosi intorno vede solo nebbia. Aveva raggiunto il suo sogno e si sentiva smarrito perché non sapeva cosa c’era dopo. Cosa fare dunque? Gli viene consigliato di aspettare che la nebbia si diradi, per vedere che vi è una montagna ancora più alta, la cui scalata sarà ancora più ardua, e di incamminarsi verso la nuova meta. Perché il bello della vita non è piantare una bandierina, ma il viaggio. Per Brachetti è diventato fondamentale avere sempre un traguardo, un sogno verso cui andare, per poter continuare a fare quello che fa. I sogni sono fondamentali perché permettono di rispondere alla domanda che ognuno di noi si pone: il proprio posto nella società.
Ad Allena riaffiora alla mente il sogno delle medie. All’istituto salesiano, era seduto nella metà posteriore della classe. Guardava avanti. Il suo sogno era quello di diventare come i due studenti seduti vicino alla cattedra. Gli attuali professor Accossato e professor Bruno. Inevitabilmente i suoi sogni sono poi cambiati. Si appassiona al mondo del teatro. Vi entra suonando la chitarra, con l’ambizione di diventare un chitarrista famoso, ma si accorge di non essere abbastanza bravo. Fantasticare è fondamentale, tuttavia, superato un punto della vita, diventa necessario farlo con i piedi a terra, essere consapevoli dei propri limiti. Decide di restare nell’ambito, perché quello era il suo sogno, ma prova diverse strade. Cruciale per questo è la curiosità, perché gli ha permesso di intraprendere un percorso variegato, e alla fine di far avverare il proprio sogno.

UN ANEDDOTO DAL PERIODO SCOLASTICO
Allena ci racconta di quando andava a ripetere le poesie imparate a memoria al professore di italiano prima dell’inizio delle lezioni. Da qui, conduce una riflessione incentrata sull’importanza delle materie scolastiche. Apparentemente, vi sono molteplici argomenti studiati che possono apparire inutili nella pratica, ma sono essenziali per allenare capacità come la memoria e sviluppare il pensiero critico, utili per tutta la vita. Alla nostra età avrebbe voluto qualcuno che glielo avesse spiegato. Proprio per questo partecipa a diversi incontri, per poter essere quella persona che possa aiutare i ragazzi. Brachetti conclude il discorso invitando a fare tesoro dei consigli degli adulti e mantenere la curiosità sempre alta, con il motto di Steve Jobs “Stay curious!”.
AD ALLENA: SEI UN MAGO PER BAMBINI?
Ci dice che la figura del mago, soprattutto in Italia, è associata alla figura del mago per bambini. Però lui ha deciso di non intraprendere questa strada, che ritiene difficile: produrre un effetto di stupore in un bambino di quattro anni è radicalmente diverso dal generarlo in uno di sei, otto o dieci, perché cambiano completamente i metodi di comunicazione.
A BRACHETTI: TI SEI MAI TRAVESTITO FUORI DAL PALCOSCENICO?
Sì, molte volte per la verità. Nel quotidiano si traveste per non essere fermato e importunato per strada, considerando il suo aspetto spesso molto riconoscibile. Vi sono, però, anche episodi più peculiari. Per esempio, racconta di quando, con una parrucca presa da Parigi di Jean-Paul Belmondo, si sia costruito un costume da prete. Rivela quindi che lo fa anche per il semplice gusto di divertirsi e per la sua curiosità.

C’È STATO QUALCHE FAMILIARE CHE VI HA DATO QUALCHE SPINTA VERSO LA MAGIA?
Entrambi provengono da famiglie senza nessun artista. Venivano quindi spesso dissuasi dal mondo della magia, chiedendo quando avrebbero trovato un lavoro “serio”. Però, questo non li ha fermati dal continuare a credere in quello che facevano e infine hanno vinto loro.
Dall’intervista emerge l’impressionante passione che entrambi serbano per i propri sogni. In fondo, il coniglio nel cappello non appare mai per caso. I grandi sogni non sono trucchi di magia, ma il risultato del sognare nel quotidiano, di una curiosità irrefrenabile e della consapevolezza dei propri limiti. Tra istituti salesiani e palcoscenici, tra una poesia recitata a memoria e un costume da prete, Brachetti e Allena ci insegnano che la vera magia non sta nel raggiungere la cima o nel vedere il coniglio comparire all’improvviso: sta in quel viaggio straordinario, fatto di tentativi, errori e sogni sempre nuovi, che ci rende, giorno dopo giorno, gli autori della nostra stessa vita.




