Gian Carlo Caselli, al servizio della giustizia

di Edoardo Giuliano e Filippo Maria Girard
Abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare il dottor Gian Carlo Caselli, celebre magistrato antimafia e saggista, ma cosa ancora più importante ex-alunno di Valsalice. Qui di seguito troverete alcune delle domande poste nell’intervista, che a breve sarà disponibile in formato podcast.
Durante questa intervista ripercorreremo insieme la sua carriera da magistrato dagli inizi, negli anni ’60 a Torino, fino alla presidenza onoraria di Libera. Lei nel settembre ’74 è uno dei protagonisti della cattura dei capi storici delle BR e dei conseguenti Processi. Ci descriva cosa accadde.
Quel processo fu fondamentale nella storia giudiziaria del nostro paese, perchè darà inizio a quella che sarà alla fine di questa organizzazione terroristica che uccideva e gambizzava la gente. Il loro assunto, per così dire, era “La rivoluzione non si condanna e non si processa”. E per mettere in pratica questo loro credo minacciavano rappresaglie a tutti coloro che si fossero messi dalla parte dello Stato, i cosiddetti, secondo loro terminologia, collaboriazionisti. I difensori (gli avvocati, ndr) erano i primi, infatti i brigatisti non volevano essere difesi perché non riconoscevano il processo, facevano guerriglia anche quando avrebbero dovuto sottostare ad un processo e la prima cosa da fare quando si vuole fare la guerriglia e rinunciare ai difensori. Attenzione. rinunciare ai difensori “parzialmente“, mi viene da dire ipocraticamente. Perché rinunciavano ad essi nel processo pubblico, ma se li tenevano stretti in tutti gli altri momenti; per esempio in carcere avevano regolari colloqui coi difensori, coi quali concordavano strategie processuali e quant’altro. Il capo degli avvocati difensori torinesi era Fulvio Croce, che venne ammazzato mentre era in corso il processo di capi storici che ha tre tornate: la prima si interrompe perché a Genova le Br uccidono il magistrato Coco e i suoi uomini della scorta e l’impatto sul processo torinese e così forte che il processo viene posticipato di un anno. L’anno dopo non comincerà neppure perché le Br avevano ucciso Croce e non si riuscì a formare la giuria dei cittadini estratti a sorte. Non se ne trovava neppure uno disposto a indossare la fascia tricolore e fare il giudice popolare. Sul tavolo del presidente Barbaro si accumulano certificati su certificati medici ciascuno dei quali recita “sindrome depressiva”, per non scrivere paura. La città è in ginocchio in quel momento e sembra che le Br abbiano vinto. Invece Torino riesce a reagire e l’assemblea si riprenderà dopo un anno nel rispetto assoluto delle regole.

Nel 1986 viene poi eletto membro del CSM per un mandato quadriennale. Qui ha modo di conoscere da vicino due protagonisti della lotta alla mafia : Falcone e Borsellino. Ci parli di loro.
Io ero candidato nella lista di Magistratura Democratica, che secondo i sondaggi e le previsioni doveva conseguire due seggi. Invece arriva la sorpresa e ne ottiene tre. I due candidati principali erano i miei due colleghi si chiamavano Giusepp Borrè ed Elena Ornella Pasciotti e ai due previsti secondo i sondaggi se ne aggiunse un terzo inaspettato, che ero io. Infatti credo, senza falsa modestia, che in molti mi abbiano votato come riconoscimento per la fatica che avevo fatto e per i successi ottenuti, insieme alle forze dell’ordine. Sia sempre chiaro: il magistrato da solo non combina quasi niente se non ha dietro polizia o carabinieri che soffiano nelle sue vele. Così eravamo arrivati a ottenere grandi risultati nella lotta con le Brigate Rosse e così arrivò il terzo seggio. Quello era un CSM molto impegnato, per così dire, nei casi di Palermo, perché si trattava subito di dover nominare il capo della procura di Marsala e Borsellino aveva fatto domanda per questo ufficio, ma concorreva con noi un altro magistrato. Francamente non ricordo il nome, non faccio il furbo, molto più anziano di lui. Ci fu confronto accanito al CSM per decidere se premiare l’anzianità oppure l’esperienza professionale. Quello era un momento in cui l’anzianità era criterio privilegiato; tuttavia fu una delle primissime volte in cui prevalse l’esperienza e la capacità professionale di Borsellino che venne nominato scavalcando, per così dire, la maggiore anzianità dell’altro collega. Io mi onoro di avere votato per Borsellino, senza pensarci più di tanto. Ma dopo il caso Borsellino c’è il caso Falcone: Nino Caponnetto che dirigeva l’ufficio istruzione lascia a Palermo e torna nella sua Firenze convinto, come tutti, che il CSM nominerà al posto suo il campione dell’antimafia, cioè Giovanni Falcone. Invece no. Discussione su discussione si vota e questa volta prevale il criterio dell’anzianità, non viene nominato Falcone ma Antonino Meli, totalmente inesperto in casi di Mafia. Io mi onoro di dire che ho votato Falcone rispetto agli altri due componenti della mia corrente. Ancora oggi sono orgoglioso di averci visto bene.

Lei dopo le stragi di Capaci e di via d’Amelio richiede di essere nominato procuratore della Repubblica di Palermo. Come mai questa scelta così coraggiosa?
Posso dire a distanza di anni, senza paura di sembrare troppo retorico, che fu una scelta tutt’altro che facile. Io per una decina di anni mi ero impegnato sul versante del terrorismo, vivevo con la scorta e questi problemi coinvolgevano anche la mia famiglia. Finito quell’impegno enorme come potevo dire a mia moglie che andavamo a Palermo? Come era possibile spiegare che andavamo a cercare la tempesta? Nonostante ciò mi sentivo in dovere di farlo. Primo perchè come tutti i magistrati italiani ero in debito nei confronti di Falcone e Borsellino e poi perchè conoscevo bene Caponnetto, che era stato il loro capo e al loro funerale disse che ormai era tutto finito e che non c’era più niente da fare. Per me suonò come una specie di chiamata. Una parte importante della scelta però dipese anche da mio figlio, che all’epoca aveva più o meno 18 anni. Eravamo andati in montagna e stavamo tornando a Torino. Stefano era seduto di fianco a me e parlavamo di questo; infatti in quel periodo avevo il grosso dubbio di fare richiesta a Palermo, e io continuavo a chiedere a mio figlio cosa avrei dovuto fare. Alla trentesima volta mio figlio mi disse: “Nel nostro Paese siamo tutti capaci a dire cosa possiamo fare, ma poi quando bisogna fare non trovi più nessuno. Se vuoi fare veramente questa domanda falla e basta.”
Da qualche anno lei è presidente onorario, insieme a Nando dalla Chiesa, di “Libera contro le mafie”, l’organizzazione antimafia di don Ciotti. Al giorno d’oggi come si è trasformata la mafia?
La mafia dopo aver preso dei robustissimi colpi ha deciso di “inabissarsi”, cioè sparare molto meno, perchè se spara attira l’attenzione e qualcuno se ne dovrà occupare. Così cerca di passare inosservata, lavorando “sott’acqua”. Fa affari, un mare di affari di sporchi, ma cercando di non farsi vedere, cercando di non accendere su di sè i riflettori. Ciò la rende quindi obiettivamente più difficile da contrastare. Nonostante tutto i successi sul versante antimafia sono ancora moltissimi: basta aprire il sito di Libera. Il rischio per voi giovani è pensare che le mafie siano un affare passato quando invece, forse, si arricchiscono più di prima. Per questo sono importanti organizzazioni come Libera.



