Esprimi un desiderio

“Esprimi un desiderio” non è un invito alla magia.
È un invito all’onestà.
È chiedersi in continuazione: cosa desidero veramente?
Non cosa dovresti desiderare, non cosa è rispettabile desiderare, non cosa è sicuro desiderare.
Ma cosa desidera quella parte di te che non mente mai, quella parte che conosci fin da bambino, quella parte che hai passato anni a cercare di silenziare.
“I want to be a pop idol!“
Afferma orgogliosamente Oscar Wilde all’età di circa dieci anni, interrogato su quale sarà il suo futuro.
Proprio con questa affermazione inizia il film Velvet Goldmine, diffuso il 29 gennaio 1999.
27 anni fa.
Sono passati esattamente 100 anni da quando il giovane Wilde fece questa dichiarazione: altamente criticata dal suo insegnate, ed esattamente all’alba degli anni ’70 del 900 si impostano le radici di un’autentica rivoluzione culturale.
È la nascita del glam rock.

Musica, spettacolo e sessualità diventano i protagonisti di ogni performance.
Brian Slade, il protagonista della vicenda, figura originariamente definita dall’identità ambigua e provocatoria, all’inizio degli anni Settanta scandalizza il pubblico britannico con le sue performance.
Allo stesso tempo però si afferma come idolo irresistibile per schiere di outsider, desiderosi di sentirsi parte di una comunità e di rivendicare il proprio posto nel mondo.
Ma perché dovrebbe interessarci oggi un film come Velvet Goldmine?
Trucco, ambiguità, teatralità sono concetti distanti dalla nostra società tanto che la maggior parte delle persone non ha un emblema contemporaneo a cui associarli.
Eppure la risposta a questa domanda viene offerta con un’altra domanda: chi siamo, quando smettiamo di fingere di essere ciò che ci è stato chiesto di essere?
Il film è attraversato da temi che oggi sono attualissimi come l’identità di genere, ma soprattutto dalla riflessione più profonda sul confine instabile tra realtà e finzione.
«L’uomo è meno sé stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera e vi dirà la verità».
Questa frase, naturalmente di Oscar Wilde, è il fulcro dell’identità filosofia del film: lo attraversa come un manifesto, rovesciando l’idea tradizionale di autenticità.
La maschera non è inganno, ma rivelazione.
Non è un caso che la figura di riferimento per il personaggio di Brian Slade sia David Bowie. Così come non è casuale l’associazione di Bowie con Oscar Wilde, autore inglese già precedentemente citato.

Tra questi tre elementi si crea infatti una continuità ideale. Come Wilde provocava la rigidità morale dell’epoca vittoriana, allo stesso modo David Bowie, attraverso il glam rock, ha messo in crisi una società ancora fortemente puritana.
In quegli anni Bowie ha trasformato il palco in un vero e proprio laboratorio filosofico. Ziggy Stardust, Aladdin Sane e il Duca Bianco non sono semplici maschere dietro cui nascondersi, ma strumenti attraverso cui dire una verità che non poteva essere espressa direttamente.
Tuttavia, ogni volta che una di queste maschere cadeva, il personaggio moriva simbolicamente, come se non fosse stato in grado di trasmettere fino in fondo il proprio messaggio.
Questo stesso meccanismo è centrale anche nel film Velvet Goldmine. Brian Slade, infatti, mette in scena la propria morte durante una performance, fingendo il suo omicidio.
La sua finta morte rappresenta il fallimento di ciò che aveva desiderato essere: con la caduta della maschera, la sua storia sembra morire “insieme a lui”.
L’intera narrazione del film si costruisce così come un tentativo di ricostruzione della sua identità e di comprensione dell’impatto che Brian Slade ha avuto su un’intera generazione.

A intraprender e questa ricerca è un giornalista americano: Arthur Stuart che, nel corso del film, cerca di risalire alla verità nascosta dietro la leggenda della rock star glam britannica degli anni Settanta. Attraverso la sua indagine, Stuart ripercorre l’intera carriera di Slade: la fama, le performance e la vita privata, scoprendo un’esistenza fatta di spettacoli, scandali, rivalità musicali e amori intensi destinati a nascere e a finire tragicamente.Tra questi, emerge in particolare la relazione con Curt Wild, personaggio che richiama la figura reale di Iggy Pop. Il legame tra Slade e Wild si rivelerà profondo e distruttivo, lasciando un vuoto in entrambi.
A dieci anni dalla finta morte di Brian Slade, e quindi dalla caduta definitiva della sua maschera, il giornalista giungerà infine alla comprensione completa della vicenda proprio grazie all’incontro con Curt Wild, con il quale esprimerà il suo desiderio tra le sue braccia sotto una pioggia di comete.

Attraverso il suo racconto, emergeranno la loro storia, le loro performance e il significato simbolico che esse hanno assunto, diventando un emblema per una generazione che tentava di cambiare il mondo.
Eppure resta una domanda aperta: in quanti hanno davvero cercato di farlo? E qualcuno ci è mai veramente riuscito?
“Eravamo partiti per cambiare il mondo e abbiamo cambiato solo noi stessi.”
“Perché, Curt, cosa c’è di male?”
“Niente… a patto di non guardare il mondo.”
Così, mentre ognuno di noi sembra essere trafitto da quella pioggia di comete, ci rendiamo conto che talvolta seguire il proprio desiderio significa vivere una verità che il mondo non è ancora pronto a vedere.
In questo risiede una libertà segreta: non nella ribellione contro gli altri, ma nel coraggio di non conformarsi a ciò che il mondo si aspetta da noi.




