L’ampio spettro della felicità

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di Elisa Cecconi

La riflessione sul concetto e sul significato di felicità è indubbiamente un elemento che ha sempre fatto parte della natura umana, almeno a partire dall’evoluzione del pensiero astratto: anche le tracce più remote, tra quelle giunte a noi, di riflessione filosofica contengono infatti meditazioni su cosa sia la felicità e come sia possibile raggiungerla.

A partire dall’età antica si è sviluppata una teoria ancora attuale e condivisa da molti: la felicità è un percorso da compiere, un obiettivo da raggiungere e non tutti riescono ad arrivare alla condizione di felicità, tanto che essa è concepita da diversi pensatori come una vera e propria virtù; chi riesce a definirsi in possesso di essa è considerato un saggio. Anche Giacomo Leopardi sembra trovarsi d’accordo con questa affermazione, secondo ciò che si legge nello “Zibaldone”. Egli asserisce infatti che un individuo non può considerarsi felice se non trova un preciso significato alla propria vita e che senza degli obiettivi da lui, o lei, stabiliti, vivrebbe con una vuotezza data dall’assenza di qualcosa a cui vale la pena dedicare tutta o parte della propria esistenza.

Un altro celebre esempio può essere menzionato per comprendere quanto siano numerose le personalità storico-letterarie a sostegno di questa tesi: Epicuro, la cui filosofia venne ripresa e divulgata da Lucrezio, sosteneva che gli esseri umani sono soggetti ad una naturale tensione all’ήδονή (in latino “voluptas”) e che l’uomo può essere felice solo se si impegna a raggiungere questo piacere “saggio” (che differisce dai piaceri smisurati e portatori di vizio) abbandonando i propri timori, definiti dal filosofo greco irragionevoli. Al contrario, il fondatore della religione buddhista, Siddharta Gautama, espone una tesi completamente antitetica a quella appena presa in esame: egli afferma infatti che tutto è dolore ed esso è generato dal desiderio; dunque la felicità consiste nell’assoluta assenza di quest’ultimo. Questa teoria non è largamente condivisa dal pensiero occidentale, in particolare si trova in contrasto con la dottrina cristiana, secondo la quale la felicità ultima consiste nel raggiungere Dio; dunque il cristiano deve possedere tale auspicio, il quale gli permette di fare della propria vita un cammino di costante miglioramento personale. Ciò richiama strettamente la prima tesi citata, dunque si potrebbe senza difficoltà pensare che la concezione della felicità come atto di prefissarsi e perseguire degli obiettivi sia ampiamente diffusa nel mondo occidentale.

Ѐ anche facile immaginare, prendendo in considerazione la tesi di Siddharta Gautama e il fatto che la mentalità orientale differisce da quella occidentale sin dalla nascita delle prime civiltà, filosofie e religioni, che i popoli orientali abbiano teorie e idee differenti sul concetto di felicità rispetto agli occidentali. Sotto il punto di vista più concreto della società convivono svariate opinioni diverse a riguardo: la felicità, in quanto è una qualità che rientra nell’intimo di ogni individuo, è infatti fortemente soggettiva; dunque può facilmente risultare fallace dettare una definizione di essa e, soprattutto, indicazioni per raggiungerla che possano essere condivisibili da tutti. Ad esempio, se si conducesse un’indagine su un campione di giovani attuali con personalità e “backgrounds” diversi, e venisse posto loro il quesito di cosa significhi essere felici, sarebbe elevata la probabilità di ricevere risposte più o meno differenti tra loro. Alcuni potrebbero sostenere la teoria menzionata inizialmente, dunque far consistere la felicità nella coscienza di avere un obiettivo, che per questi individui rappresenta il significato stesso della propria vita: ci fornisce un esempio di ciò Leopardi stesso, avendo dedicato la sua intera esistenza alla composizione letteraria.

Altri troverebbero il proprio appagamento in una ripetuta serie di piaceri mondani; questi ultimi rappresentano, nell’immaginario classico, veri e propri vizi. Tuttavia alcuni individui traggono benessere da questi che è da essi considerata felicità, dunque non è altro che una delle diverse concezioni che si possono avere di felicità, benché gli antichi avrebbero forse paragonato le vite di questi individui a naufragi in mare aperto o a labirinti senza uscita. Altri ancora hanno una considerazione particolarmente elevata dei propri rapporti interpersonali, tanto da trarre da essi una buona parte del senso della propria esistenza; ciò non è scontato in particolare nell’epoca attuale, di ipersocializzazione ma allo stesso tempo di isolamento provocato dalla diffusione delle nuove tecnologie. Infine, alcuni individui potrebbero affermare di non sentirsi felici, per svariati motivi. Secondo l’opinione pubblica, le tecnologie menzionate in precedenza e il periodo di pandemia da COVID-19 hanno contribuito ad aumentare esponenzialmente quest’ultima categoria di individui.

Oltre agli autori che proponevano dottrine sul concetto di felicità, ve ne sono altri che nei loro scritti esprimono la propria condizione di appagamento oppure di infelicità: ad esempio, Petrarca si duole poiché non riesce a raggiungere il proprio obiettivo, ovvero la rinuncia ai piaceri terreni per poter essere degno di arrivare a Dio; anche Tasso, secoli dopo, afferma di essere profondamente infelice, a causa della fortuna a lui costantemente avversa e della perdita prematura della madre: tale infelicità giunge a caratterizzare una gran parte dei suoi scritti, tra cui la celebre opera “La Gerusalemme liberata”, ricca di grande dolenza. Leggere l’esperienza e i sentimenti personali degli autori è una via utile per comprendere quanto difficile sia, se non impossibile, dare una definizione in assoluto di “felicità”: al contrario, è evidente che la concezione che ciascuno ha di essa è fortemente influenzata dai caratteri soggettivi della personalità, delle esperienze personali e dello sviluppo del proprio pensiero individuale.

Redazione



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