Siamo terra, destinata al Cielo

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L’arte nasce in cielo, nel luogo delle idee e dell’immaginazione, va sulla terra e ritorna in cielo. Proviene sempre dal tentativo di rendere concreto, tangibile, vero ciò che di più etereo vi sia: il nostro pensiero. Dalla terra torna al cielo grazie agli occhi di chi la guarda: fa scaturire altre domande, dubbi e interpretazioni.

È una traghettatrice instancabile, guado di due mondi: l’irreale e il reale, l’invisibile e il visibile, la carne e l’anima.

Questo movimento tra cielo e terra non è proprio solo dell’arte, ma attraversa i primi momenti in cui l’uomo ha pensato il divino.

Se si pensa agli antichi Egizi, l’immagine visiva che per prima appare alla mente, generalmente, sono le piramidi. Esse, pensate come tombe monumentali e costruite migliaia di anni fa, avevano la funzione di elevare il faraone, stagliandosi in alto, galeotte tra gli uomini e gli dèi, a cui il faraone, già dio in terra, poteva ritornare.

I primi filosofi, invece, pur mantenendo altre divinità, credevano che il principio primo del mondo, anch’esso divino, fosse immanente nella realtà. È Anassimandro, individuatore dell’ἀρχή nella tensione tra contrari, a porre al centro, nella relazione col divino, l’azione umana. Un equilibrio iniziale, infatti, era stato ferito da un’ingiustizia da cui scaturisce la vita, composta di freddo e caldo, bontà e cattiveria, giustizia e ingiustizia. Per il filosofo, come scritto nella sua opera Περὶ Φύσεως, “ogni uomo in vita deve pagare la pena e il fio della sua ingiustizia”. Concezione questa non troppo dissimile dalla genesi dell’Antico Testamento, in cui si racconta di un mondo perfetto che, a causa di un’infrazione al dettato — il frutto di Eva — che l’ha lacerato, si è permeato anche del male.

Il dio potente, autoritario e intransigente dell’Antico Testamento trova alcuni punti di contatto con gli dèi della tradizione romano-antica. Il divino era, come attestato da molte preghiere, ambivalente. Poteva sterminare gli uomini o favorirli, così come la fortuna, celebre esempio di “vox media” in latino. Sono stati così ritrovati testi in cui si dice: “Marte, Marte, Marte: non spargere il nostro sangue”. Il dio dei campi e dell’agricoltura (l’ambito più afferente alla fertilità e alla maternità) era lo stesso, assolutamente identico a quello della guerra. La relazione umano-divino riguardava così la comunità tutta, che soffriva per l’azione dell’uno, mantenendo un carattere pubblico.

Pur inseriti in un “humus” come quello, non era assente in alcuni la domanda religiosa. Per esempio, Catullo, afflitto da un “taeter morbus” che aveva preso la forma di una depressione inestirpabile, invoca gli dei non tanto per la collettività, quanto per chiedere aiuto. Il poeta, antico romano, appartenente alla civiltà degli “dei falsi e bugiardi”, dimostra una sincera tensione per il divino, in quanto, come ognuno, “homo religiosus”. Anche il coevo Virgilio crede negli stessi dei e per questo è posto da Dante nei limbicoli, ma, al contempo, viene scelto dal poeta per incarnare la ragione: il tramite di cui l’uomo dispone per arrivare a Dio. Un Dio certamente giusto e severo, traghettatore delle anime all’Inferno, ma anche misericordioso e pietoso in Purgatorio. Dopo la morte di Beatrice, il poeta, antico romano, studia anche Aristotele, filosofo che crede nell’esistenza di un primo motore immobile. Razionalmente, infatti, se tutto è un sistema di potenza e atto, vi deve essere per forza un’entità prima. È un motore, sì, ma “immobile”. È qui, probabilmente, che risiede la differenza apicale tra il Marte romano, il motore immobile aristotelico e il Dio cristiano.

Di Marte si ha paura, bensì è impossibile amare ciò di cui si ha paura. Il motore immobile non si muove: la tensione, ove presente, è dell’uomo verso l’entità trascendente. Dio è invece in eterno movimento tra cielo e terra: prono all’umano, proteso con un dito verso di noi.

Se la classicità raffigurava queste entità come ideali separati e distanti, il cristianesimo e, in particolare, la società cristiana tra il Trecento e il Seicento, sente la necessità di rappresentare Dio nella storia, incarnato. L’arte diviene così il teatro più grande in cui si suggella il rapporto tra umano e divino, un teatro visibile a tutti, in cui il trascendente si rende immagine e forma. La Bibbia aderisce intimamente al “pauper” e diventa infatti “Biblia Pauperum”: l’immagine sacra colma la distanza tra cielo e terra e racconta il testo sacro.

All’apice di questa trasformazione artistica si colloca la Cappella Sistina di Michelangelo, che affresca il fulcro del cristianesimo, “unicum” in assoluto tra le religioni: se l’uomo salpasse alla volta di Dio, lo potrebbe “toccare” con il suo dito, perché è Dio che attende l’uomo e tende verso di lui, in quanto lo ama.

Leonardo dipinse, infatti, il Cenacolo: momento in cui Dio si consegna definitivamente all’uomo come carne e sangue.

Petrarca, infatti, scrive di un vecchierel, che contro le sue possibilità, decide di incamminarsi verso la Vera Icona, Cristo; testimonianza di quanto basti che l’uomo accolga Dio e non il contrario. Il poeta, tuttavia, non riesce a trovare coerenza nella relazione con l’ultraterreno, in quanto non vede nella carne un tramite per il cielo, non trova Beatrice in Laura, un angelo che salva, colei che venne da ciel in terra a miracol mostrare.

Nella liturgia cristiana si menziona poi l’evento dell’ascensione di Cristo, immagine paragonata a un’ellisse con due fuochi: Dio e l’uomo. Gli angeli ordinano perciò all’uomo di non mirare quella scena, pur essendo un prodigio, perché Dio era già sulla terra.

Perché noi siamo terra, ma destinata al Cielo.

Marco Magliano



Il Salice

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