La ricerca dell’Io e del senso della vita

La fuga dalla realtà
Il primo passo per conoscere noi stessi è allontanarci dal contesto in cui viviamo abitualmente, da ciò in cui abbiamo imparato a riconoscerci e che tende a definirci. Il racconto e il viaggio sono due metodi che consentono entrambi la fuga dalla realtà attraverso appunto la commutatio loci (figurata nel primo caso). Questo processo tipico degli eroi romantici parte spesso da una condizione di dolore o infelicità e dalla ricerca di una risposta di cui spesso non si conosce la domanda per sfociare poi nell’introspezione. In tale meccanismo, è fondamentale l’esotismo romantico poiché leggere e viaggiare permettono di conoscere nuove culture e idealità, aprendo la mente come solo il confronto con il diverso è in grado di fare. Nel primo caso, questo rapporto è particolarmente ricco perché, essendo immaginario, è svincolato da ciò che è fisicamente possibile e lascia spazio scenari ancora più assurdi e paradossali di quelli che potrebbe offrire il mondo concreto.

Dalla realtà all’Io
Spesso, però, conoscere e percepire la realtà che ci circonda è il necessario punto di partenza per la nostra introspezione. Giungere all’Io partendo dall’esperienza del mondo esterno è un percorso comune a molti filosofi e letterati, come rispettivamente Schopenhauer e D’Annunzio nella fase notturna. Questo aspetto non è in contraddizione con quanto esposto prima poiché tale percezione è sempre presente, solo relativa ad altri mondi, fittizi e non. L’obiettivo successivo è elevarsi, vincere tutto ciò che è concreto e materiale, anche se narrato attraverso una pagina, trovando quello stato fisico che concede alla mente di spaziare. Quest’ultima dimensione è tanto più limitata nel caso di un libro, quanto ampia per un viaggio.
Le domande esistenziali
Leggere e viaggiare sono dunque modi per interrogarsi in primo luogo su ciò che sappiamo o crediamo di sapere, sul perché delle nostre tradizioni e del nostro vivere. A livello più profondo ed essenziale, significa chiedersi chi siamo e qual è il senso della nostra esistenza. Vuol dire dunque staccarsi completamente dall’urgenza della realtà per lasciare spazio alle ipotesi, alla fantasia e alla follia. I libri che più ci scuotono mettono in discussione tutto ciò che pensiamo e nei quali il confine tra realtà e mondo dell’assurdo diventa sempre più sottile, come “Baffi” di Carrère o “Il mondo di Sofia” di Gaarder. Questo tema è stato sviluppato anche dall’industria cinematografica in capolavori come “Inception” e “Black Swan”.

Il possibile pericolo
Lo scrittore Tim Parks scrive sul Corriere della Sera “un romanzo può essere scioccante o enigmatico, noioso o conpulsivo, ma difficilmente causerà grossi danni”, eppure esso può distruggere psicologicamente ed emotivamente il lettore. La parola non potrà colpire il corpo però può manipolare, torturare, portare alla pazzia perché quando allarghiamo la mente non sappiamo che cosa andrà a sfiorare. Da una semplice frase può nascere un vizio, da un personaggio un’ossessione, da una vicenda una paura insormontabile. Non è un rischio aleatorio, ma la possibilità concreta che il pensiero conosca qualcosa che non è in grado di comprendere, accettare o sopportare. Ad esempio un’opera come “Se questo è un uomo” di Primo Levi penetra nel profondo con ogni singola parola, e non potrebbe essere diverso. Non si può sapere dalla prima riga di che cosa parlerà un racconto, né che cosa vivremo in un viaggio quando si è appena partiti, né soprattutto c’è modo di conoscere cosa entrambi ci faranno provare.

La necessità di conoscere comunque
Si tratta di un rischio forse inevitabile poiché continuando a scavare sempre più a fondo, certamente si giungerà a delle domande fondamentali sul male, sulla vita e sul proprio Io a cui non è possibile dare risposta. Consci di questa dinamica, non bisogna temere il viaggio o la lettura, anzi. Come affermava Leopardi, il valore di una vita caratterizzata dal dolore e altrimenti priva di senso (“l’infinita vanità del tutto”), risiede innanzitutto nella consapevolezza della nostra condizione. Evitare ciò che può aprire questa dimensione, seppure amara e disperata, vuol dire limitare le possibilità umane e privare l’uomo del suo afflato più radicato e potente, cioè la ricerca del senso ultimo della vita.




