“La metà della vita”: la storia dello smarrimento

Venerdì 27 marzo al Circolo dei Lettori si è tenuto un book club su “La metà della vita” di Terezia Mora, romanzo finalista al Premio Strega Europeo 2025: un’opera che sfugge alle definizioni facili e oscilla tra formazione e smarrimento. A guidare il dialogo sono state Daria Biagi, traduttrice del romanzo e studiosa di letteratura del Novecento, e Beatrice Manetti, insegnante di letteratura italiana a uniTo interessata soprattutto a gender studies e poesia contemporanea.
Il romanzo racconta la storia di Muna e del suo incontro con Magnus, fotografo enigmatico e magnetico. Sullo sfondo della Germania tra la caduta del Muro e la riunificazione, i due sembrano inizialmente vivere con naturalezza in un mondo precario e fluido,“ come due viandanti sulla terra”. Eppure, fin da subito, nella loro relazione si formano molte crepe che rendono la lettura intrigante e profonda. Quella tra Muna e Magnus è una relazione che approfondisce il confine tra vedere ed essere visti, tra desiderio e manipolazione. Muna stessa sembra esistere soprattutto nello sguardo altrui rivelando un’identità nata dal riflesso.

La prospettiva è interamente affidata alla narratrice, ma è proprio questa scelta a rendere tutto più instabile: Muna è una voce frammentata e il suo racconto non è lineare, bensì un intreccio di ricordi e percezioni che si accavallano, in una prima persona che, come ha spiegato Daria Biagi, diventa quasi una voce corale. Come ha poi sottolineato Biagi, tradurre questa voce è stato uno degli aspetti più complessi e affascinanti del lavoro. Il tedesco di Mora, infatti, è “singolare e marginale”, capace di mescolare brutalità e delicatezza, registri diversi che entrano continuamente in conflitto esattamente come i protagonisti di questa storia: “ Rendere senza addomesticare, mantenere quella tensione che rende la scrittura così viva e perturbante è stata la sfida maggiore” ha affermato la traduttrice.

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Il romanzo si configura così come una sorta di formazione: non un percorso di crescita lineare, ma un’esperienza di smarrimento. Il lettore è chiamato a orientarsi da solo e Mora non offre risposte, ma, come hanno spiegato le due studiose, descrive le ambivalenze di questa storia evitando forme aperte di denuncia alla manipolazione. È proprio questa capacità di sottrarsi al moralismo che, secondo Manetti, rende il testo così potente. La letteratura qui, non dimostra, ma si insinua nelle contraddizioni. La scrittura di Mora raggiunge poi una sfumatura onirica nelle pagine finali dove realtà e immaginazione si uniscono. L’ultimo incontro, forse con Magnus o con un altro uomo, resta evanescente. Per Biagi, non si tratta di un ritorno, ma del segno che qualcosa non è stato davvero affrontato: la sofferenza e la manipolazione. Il titolo stesso richiama una poesia dall’omonimo titolo che evoca due stagioni opposte: l’estate piena e luminosa e il distaccato inverno che si uniscono in una frattura, un prima e un dopo.
Durante l’incontro è emerso come il romanzo continui a rivelare nuove ambiguità a ogni lettura soprattutto nella parte finale del romanzo che, come ha spiegato Daria Biagi, ha alimentato numerosi dibattiti anche con i suoi studenti universitari. “La metà della vita” dunque non accompagna il lettore verso una risposta, bensì lo costringe a smarrirsi fra le domande di questa intrigante storia.



