Scrivere per raccontare il mondo: intervista a Guido Barosio

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La redazione del Salice ha avuto il privilegio di incontrare Guido Barosio, direttore di Torino Magazine, il primo city magazine italiano, fondato nel 1988. Si tratta di una rivista patinata dedicata al lifestyle, alla cultura e alle eccellenze di Torino e del suo territorio. E’ pubblicata 5 volte l’anno ed è diffusa in edicola e online.

Com’è nata l’esigenza di scrivere? Da ragazzo aveva già questa passione?

Ho sempre avuto desideri fumettistici, anche non molto realizzabili, fin dalle elementari. In prima media è nata la passione giornalistica parallela al desiderio di scrivere. Principalmente perché in quegli anni i giornali cartacei erano presenti in tutte le case abitualmente e vivendo in questo contesto mi sono appassionato. I miei mi hanno sempre spinto verso la lettura, dicevano fosse fondamentale e avevano ragione. Solo leggendo infatti si impara veramente la grammatica, non basta studiarla. Una volta che ci prendi la mano diventa come una musica, capisci se è giusta o sbagliata dal suono.

Com’è nato il suo percorso fino a diventare direttore di Torino Magazine e quali competenze ritiene fondamentali per guidare un giornale locale?

Ho sempre avuto il desiderio di dirigere un progetto simile: creare il giornale della propria città è qualcosa di speciale. Avevo già lavorato in una realtà simile, Intergas, e grazie a quell’esperienza ho imparato cosa significhi diventare direttore di un giornale. È un lavoro complesso: ovviamente bisogna saper fare il giornalista, ma soprattutto avere una visione chiara del risultato finale fin dall’inizio del progetto. Immagino ogni nuovo numero come un armadio vuoto che, mese dopo mese, si riempie: ogni spazio deve contenere un articolo e, periodicamente, bisogna anche rinnovarne la struttura. Inventare un giornale da zero è quasi impossibile se non si ha già in mente il prodotto finale. Serve quindi una mente organizzata, ma anche una grande capacità di relazionarsi con le persone. Un direttore deve conoscere molte figure del territorio, dal sindaco al presidente della regione, e soprattutto saper mantenere nel tempo questi rapporti. Inoltre, è fondamentale saper gestire i budget. Grazie a una serie di occasioni e possibilità che mi sono arrivate sono riuscito a diventare finalmente direttore di un giornale che già leggevo e ammiravo.

Negli ultimi 20 anni, qual è il cambiamento più grande nel modo di scrivere e fare giornalismo che ha visto? Secondo lei la qualità della scrittura si è evoluta in modo positivo o in negativo?

A mio parere la qualità della scrittura è peggiorata drasticamente. Un aspetto positivo, però, è che i social hanno dato la possibilità di scrivere a molte più persone rispetto al passato: prima molti non scrivevano né leggevano quasi mai, mentre oggi scrivono, anche se spesso in modo superficiale. Inoltre, il correttore automatico del telefono finisce talvolta per introdurre errori ancora peggiori di quelli che potremmo fare noi. Anche il giornalismo non è rimasto immune a questo cambiamento. Per fortuna, a Torino Magazine ogni articolo viene revisionato quattro volte, perché un errore su un periodico rimarrebbe visibile per due mesi. Un altro aspetto positivo dei nostri tempi è che oggi acquistare un libro costa molto meno rispetto a una volta: la cultura, quindi, è diventata più accessibile.

L’intelligenza artificiale può cambiare il modo di fare reportage o rischia di renderlo meno autentico?

Da curioso quale sono, ho visto arrivare l’intelligenza artificiale come un uragano. L’Intelligenza artificiale non è né buona né cattiva: è uno strumento, e tutto dipende da come viene usato. Se utilizzata bene, permette di risparmiare tempo e di raggiungere risultati che, senza di essa, richiederebbero molta più fatica. Per esempio, nell’ultima edizione, ho realizzato una “falsa” intervista a Orson Welles usando soltanto frasi realmente pronunciate da lui: l’intelligenza artificiale ha recuperato e organizzato le citazioni. Un lavoro che ho concluso in un pomeriggio e che, senza l’Intelligenza artificiale, avrebbe richiesto settimane e non sarebbe stata così precisa. È un cambiamento paragonabile all’arrivo del computer: all’inizio sembrava rivoluzionario e quasi destabilizzante, poi la creatività si è adattata. Oggi l’Intelligenza artificiale aiuta soprattutto a trovare rapidamente le informazioni e, se guidata bene, può migliorare il nostro lavoro senza sostituire l’intelligenza umana.

Cosa direbbe agli studenti che vorrebbero scrivere?

Leggete tutto, leggete il più possibile: che siano Manga oppure Luigi Pirandello. Inoltre, quando scrivete, fatevi leggere. Ma la cosa migliore che possa fare l’essere umano è viaggiare, di questi tempi è molto più facile rispetto al passato ed è un’esperienza che fa crescere, proprio come confrontarsi con persone e in realtà diverse. credo che il consiglio più importante che posso dare sia questo: cogliete tutte le occasioni possibili.

Qual è stata l’esperienza che l’ha più colpito?

Mi viene spontaneo pensare ai viaggi, perché nella mia vita ho fatto tantissime esperienze, anche formative, che mi hanno insegnato molto. Quando affronti un viaggio complesso impari anche a fidarti delle persone che incontri. Ricordo, ad esempio, l’Amazzonia: la guida mi indicava dove potevo andare e dove no, perché c’erano piranha e altri animali pericolosi. In situazioni del genere non ti fai troppe domande, impari ad affidarti completamente a chi conosce quel luogo. Un’altra esperienza che mi ha colpito profondamente è stata New York. Ci sono stato quando le Torri Gemelle esistevano ancora e poi sono tornato dopo l’11 settembre del 2001. Vedere la città prima e dopo quell’evento mi ha fatto un’impressione enorme. A un certo punto mi sono voltato, ho riconosciuto un palazzo che ricordavo bene e la mia mente ha ricostruito tutto ciò che c’era intorno, ma che ormai non esisteva più. Ho avuto anche la fortuna di intervistare persone straordinarie come Don Luigi Ciotti e Paolo Conte. Con alcune di loro si crea una vera confidenza e il momento dell’intervista diventa qualcosa di unico: ci siete solo tu e l’altra persona, tutto il resto scompare. Per me, però, un’esperienza si conclude davvero solo quando riesco a scriverla. Spesso mi chiedono: “Quando finisce un viaggio?”. Io rispondo sempre: quando termino di raccontarlo. Finché non lo scrivo, sento che quel viaggio mi rimane ancora addosso. Solo una volta messo tutto nero su bianco posso dire davvero che è finito.

Ci dica tre aggettivi con cui si descriverebbe

Sceglierei creativo, caparbio e coraggioso.

Intervistare Guido Barosio è stata un’esperienza molto interessante e formativa. Ci ha colpito soprattutto il modo in cui parla della scrittura e dei viaggi, come strumenti per conoscere meglio il mondo e sé stessi. Sentirlo raccontare le sue esperienze con così tanta passione ci ha fatto capire quanto, dietro al giornalismo, ci siano curiosità, coraggio e voglia di mettersi continuamente in gioco. È stato stimolante confrontarsi con una persona che ha trasformato la propria passione in un lavoro così importante.

Arianna Demeglio



Il Salice

Il “Salice” nasce nel 1985. Negli ultimi sette anni sono stati pubblicati più di 2000 articoli online.


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