Platone, dietro la leggenda del filosofo

Dietro la leggenda del filosofo, c’è un uomo che ha sofferto e amato. Così la dottoressa Annalisa Ambrosio presenta Platone nel suo libro “Platone: Storia di un dolore che cambia il mondo”. La redazione del Salice ha avuto la possibilità di intervistarla in occasione dell’incontro, per scoprire come Platone soffrì e come trasformò il suo dolore in pensiero capace di cambiare il mondo.
Che cos’è che la appassiona della filosofia e della scrittura, e che cosa unisce queste due passioni per lei?
I filosofi si pongono domande, continuamente. La filosofia parte dall’interrogarsi sul mondo, su concetti che diamo per scontati, su emozioni e giustizia. Questo continuo mettere in discussione, osservare, e riflettere in maniera critica è ciò che amo della filosofia. Gli scrittori invece “saccheggiano” la realtà. Lo scrittore si ispira a ciò che lo circonda per documentare un fatto o raccontare una storia. Mette per iscritto esperienze e emozioni, per trasmettere un qualcosa difficilmente descrivibile in un altro modo. Filosofia e scrittura sono quindi unite dalla possibilità di guardare il mondo senza mai annoiarsi. Permettono di uscire dall’abitudine e tenere aperta la curiosità.
Mentre scriveva il libro, come ha deciso di bilanciare l’aspetto narrativo e quello saggistico/filosofico?
Un po’ come Socrate, sapevo di non sapere. Durante la scrittura ho rispettato tutto ciò che conoscevo, ma ciò che non sapevo era la parte più importante. Questo mi ha resa curiosa, perché l’obiettivo era quello di raccontare una storia. Il mio libro è appunto un saggio narrativo, perché, sebbene tratti della vita e della filosofia di Platone, non cerca di costruire un discorso puramente teorico, ma un racconto concreto. Proprio grazie a questo approccio, ho ricostruito un ritratto di Platone, riconoscibile come umano, non come figura storica, basato su due soli attributi: il nome, che indicherebbe larghezza di spalle, e una voce da cicala.
Cosa l’ha spinta a scegliere Platone come protagonista di questo racconto, rispetto a tanti altri filosofi che hanno anche affrontato dei temi simili?
Platone, come me, è un narratore. Con il suo mito racconta storie, e fa veicolare attraverso queste il suo pensiero. A differenza di molti filosofi che sembrano restare astratti, lui parte dal concreto, descrivendo delle scene che possiamo capire anche oggi. Inoltre, è “coinvolto” nel suo pensiero. La sua filosofia nasce alla morte del suo maestro, Socrate, e continua a svilupparsi per tutto il corso della sua vita. Affronta un’avventura umana, che lo vede come un maestro a Siracusa, uno schiavo e un viaggiatore curioso. E’ questa avventura che lo porta alla sua filosofia, per questo ho scelto Platone, perché “umano” nella sua esperienza.
Spesso immaginiamo I filosofi come persone fredde o razionali. Il suo libro ci mostra invece un Platone vulnerabile. Perché è importante oggi “umanizzare” queste figure storiche invece di studiarle solo come nomi su un manuale?
Molto spesso il pensiero dei filosofi ci appare astratto, ridotto a una lista di riflessioni concettuali. Ma studiare soltanto le loro questioni teoriche non restituisce il senso dell’emozione da cui quelle domande sono nate. Dimentichiamo che non sono busti di pietra, ma persone. Dimentichiamo che hanno vissuto, amato e sofferto. Se iniziamo a guardarli così, mentre li studiamo impariamo anche a voler loro un po’ di bene: e in quel momento il loro pensiero smette di essere distante, diventa più interessante, perché torna a essere vivo. Ci permette di “incontrarli”. Questo era proprio l’obiettivo centrale del libro: far scendere dal piedistallo uno dei filosofi più grandi della storia e restituirgli la sua umanità.
Il titolo parla di un dolore che ”cambia il mondo”. Oggi siamo ancora capaci a trasformare la sofferenza in qualcosa di costruttivo, o tendiamo solo a volerla nascondere?
Sono ottimista. Secondo me siamo ancora capaci di usare il nostro dolore e trasformarlo in qualcosa di costruttivo. Il rischio maggiore oggi non è la sofferenza in sé, ma l’effetto di “contagio” del pessimismo. Questo fa pensare che non possa portare a nulla, che sia statico, che tende a immobilizzarci. Eppure le storie umane sono, da sempre, storie di dolore. Da sempre la sofferenza accompagna l’esperienza umana, e nonostante questo, l’uomo è riuscito a sfruttarla per generare trasformazioni profonde. E sempre ne sarà capace.

Dopo l’ingiustizia subita dal suo maestro, Platone avrebbe potuto scegliere il risentimento. Invece ha scelto di progettare uno stato ideale. Come si fa, secondo lei, a non farsi avvelenare dalla rabbia quando subiamo un torto?
Ognuno ha una strategia personale per gestire la rabbia e il dolore. Non esiste una risposta unica valida per tutti, perché è legato alla nostra esperienza e alla nostra sensibilità. Tuttavia, ciò che appare decisivo è avere compassione, riconoscere la propria sofferenza e quella altrui. Gli uomini sono tutti diversi, ma accomunati dal provare dolore e piaceri. Certo, ogni dolore è diverso, così come ogni piacere, ma tutti li conosciamo. Bisogna quindi allenarsi a patire insieme, perché solo così si può evitare quel “contagio” di pessimismo.
Secondo lei, è possibile applicare il pensiero di Platone anche oggi, soprattutto per quanto riguarda lo Stato ideale?
Credo che quello dello Stato ideale di Platone sia un modello molto interessante, ma con ovvie limitazioni per l’epoca contemporanea, perché non tiene conto della sua complessità. E’ effettivamente semplicistico, soprattutto oggi. Ci troviamo in un mondo pieno, dove tutti dicono quello che pensano, e il concetto di Platone apparirebbe “schematico”. Però è molto interessante l’idea di un filosofo al potere. Un individuo non con sete di potere, ma con conoscenza profonda: governerebbe per amore della sapienza. Inoltre la diversità, presentata sotto la presenza di diversi metalli, resta attuale attraverso i secoli. Ognuno è diverso e ha un vocazione, serve quindi uno Stato che possa valorizzare queste differenze.




