Emanuele Raviol, la “Scala” verso il successo

Il suo nome è Emanuele Raviol. Ha frequentato Valsalice alle medie e al liceo e fin da piccolo aveva deciso la sua strada: quella del musicista professionista. Dopo aver raggiunto traguardi strepitosi in adolescenza, uno studio assiduo gli ha aperto le porte ad opportunità straordinarie come quella di far parte dell’Accademia del Teatro alla Scala, uno dei più prestigiosi al mondo.
A che età hai iniziato a suonare. Cosa ti ha spinto a intraprendere il percorso della musica e perché hai scelto proprio l’arpa?
Sono stato introdotto al mondo della musica all’età di due anni e ho iniziato alla scuola metodo Suzuki di Torino. Ricordo di essermi subito innamorato dello strumento, anche grazie alla mia docente, Gabriella Bosio, un riferimento a livello internazionale. Ho iniziato il mio percorso con i corsi di ritmica e solfeggio. All’età di tre anni e mezzo mi hanno introdotto agli strumenti e ricordo di essere subito stato stupito dall’arpa. Proprio per questo motivo nell’ultimo secolo, anche grazie ai social, è associato maggiormente al genere maschile a causa della sua mole, mentre in passato è sempre stato collegato alle donne per la grazia del suono. Resta comunque molto particolare vedere un uomo che suona uno strumento del genere, soprattutto in Italia.
Quanto il metodo Suzuki ti ha facilitato e ti ha fatto innamorare della musica? Avresti preferito studiare con un metodo classico?
Penso che il metodo Suzuki mi abbia dato un grande punto di partenza: infatti pur comprendendo il divertimento, è comunque qualcosa di molto serio. Questo metodo dà delle forti basi di concentrazione e la capacità di studiare. Fin da piccolo ho puntato a diventare un musicista professionista e questo metodo mi ha aiutato molto. Un aspetto interessante del metodo Suzuki è il grande coinvolgimento che prevede da parte dei genitori. Penso che questo sia un aspetto fondamentale, poiché essendo in una fase di crescita, per me era molto importante la loro presenza durante le lezioni e sicuramente ha contribuito al rafforzamento del nostro legame.

Iniziando a un’età così giovane e ottenendo risultati importanti in giovane età, sei quello che potrebbe essere definito “bambino prodigio”. Ti sei mai sentito tale e se sì hai mai sentito la pressione di questo appellativo?
Quando ero molto piccolo studiavo come un matto e ciò mi ha permesso di arrivare a un livello molto alto. Certamente ha contribuito anche una predisposizione naturale alla musica. Dietro ogni esecuzione c’è sempre stata tanta costanza e moltissimo studio e sono stati fondamentali per me la mia insegnante e i miei genitori, senza i quali non sarei arrivato da nessuna parte. Inoltre sia in campo scolastico che musicale ho sempre cercato di dare il massimo, e questo certamente mi ha aiutato a raggiungere i miei risultati.
Come riesci a gestire la pressione in preparazione e durante un’esecuzione?
Questo è un aspetto che migliora solo con l’esperienza e nonostante quest’ultima risulta sempre molto impegnativo. Con l’esperienza d’altronde ci si riesce a divertire di più e far valere in qualche modo tutta la pressione che si sente prima di salire sul palco. La pressione esiste solo nell’aspettativa di salire sul palco; infatti durante l’esecuzione serve una tale quantità di concentrazione che non ci si accorge nemmeno di quanto si è tesi o ansiosi. Io collego sempre la pressione a quanto mi sento preparato: se infatti reputo di aver studiato abbastanza, non sono minimamente preoccupato.
Hai qualche “rituale” per fare ciò?
Prima dei concerti di solito faccio degli esercizi di respirazione oppure delle passeggiate per calmarmi, molto spesso lavo le mani con acqua calda. Non sempre il luogo in cui mi trovo mi mette a mio agio e per questo motivo faccio tutto ciò che è possibile per sentirmi confortevole
Quale è la tua più grande paura da arpista?
È incredibilmente difficile che la musica possa diventare il proprio lavoro, nonostante la passione e l’impegno. Infatti molto spesso si può essere rifiutati ad una audizione non per la poca bravura, ma perché non si è il tipo di musicista che cercano le orchestre. Questo è un aspetto che bisogna accettare.

Quale è stata l’esecuzione che fino ad ora ti ha messo più in difficoltà e quella che ti ha segnato più di tutte le altre?
Quella che mi ha messo più in difficoltà è stata la mia esecuzione su Rai 1 per il programma “Prodigi”. Per questo programma erano stati selezionati in tutta Italia dei giovani talenti nel campo del ballo, del canto e della musica. Io sono stato abbastanza fortunato da essere selezionato attraverso un’audizione. Al termine del programma sono riuscito anche a vincere il premio come migliore musicista. Il set televisivo di un grande spettacolo era un ambiente del tutto nuovo, un ambiente in cui tutto deve funzionare subito e soprattutto un ambiente non di musicisti. È stato abbastanza nuovo soprattutto per la mia età, avevo infatti 15 anni.
Ci sono state due esecuzioni che mi hanno segnato in particolare. La prima è avvenuta l’anno scorso quando ho suonato con l’orchestra del Teatro alla Scala di Milano in occasione della festa della Liberazione. Suonare come prima arpa in un’orchestra del genere è stato il più grande onore che ho ricevuto fino ad ora. La seconda esecuzione è avvenuta quando ho vinto un’audizione che mi ha dato l’occasione di suonare a Musikverein, a Vienna.
Gli arpisti nel mondo musicale sono molto pochi, perché secondo te è così?
L’arpa è uno strumento di nicchia, poco conosciuto. Solitamente molti per iniziare a suonare scelgono il pianoforte o il violino. Negli ultimi anni invece, forse grazie ai social, il numero degli arpisti è aumentato. Molti si cimentano addirittura in generi nuovi, ad esempio in arrangiamenti di musica pop e di vari brani. Forse anche io un giorno proverò.
Se non avessi scelto l’arpa cosa avresti suonato?
Non so il motivo della mia risposta, ma credo che sceglierei il violoncello. Non c’è una motivazione razionale per questa scelta, ma penso che il suo suono sia così vicino a quello dell’animo umano da essere quello più vicino a noi e anche quello più avvolgente.

Se ce ne sono, quali sono gli aspetti negativi del tuo strumento?
Un aspetto che pochi conoscono è il fatto che noi abbiamo ben sette pedali, che ci permettono di produrre le alterazioni. Questo vuol dire che se si sbaglia, difficilmente la situazione è recuperabile, anche perchè i pedali non sono ben visibili ed è difficile capire su quale pedale posizionare il piede. Dunque si sviluppa certamente tantissima memoria muscolare, ma si deve imparare ad accettare gli errori e riuscire a proseguire l’esecuzione.
Qual è il tuo compositore preferito e quello che invece gradisci di meno. E se ce n’è uno perché?
Il mio compositore preferito ha scritto solo un concerto per flauto e arpa: Mozart. Credo che lui sia incredibilmente umano, evoca tutti i sentimenti che ci rendono umani con una facilità agghiacciante, pur non avendo gli strumenti che hanno avuto i compositori più moderni. Non c’erano infatti, le grandi orchestre di oggi ai tempi di Mozart, ma solamente un numero molto ridotto di elementi. Non ho in particolare un compositore che non amo, dipende dal brano.
Preferisci la musica da camera, suonare in orchestra oppure le esecuzioni da solista?
Per quasi tutta la mia vita ho fatto il solista. Negli ultimi anni, passando dalla musica da camera, mi sono avvicinato anche all’orchestra, pur non volendo abbandonare il repertorio solistico. Dopo aver vinto l’audizione come prima arpa all’Accademia del Teatro alla Scala ho iniziato ad apprezzare l’orchestra. All’inizio pensavo che mi sarei dovuto annullare come musicista per poter stare insieme agli altri; invece nell’ultimo anno mi sono reso conto che mi dà l’opportunità di esprimermi al meglio e riusciamo tutti a sostenerci a vicenda nel migliore dei modi. L’arpa è uno strumento che vive molto questa dualità, poiché può fare sia la parte da accompagnamento che da solista.
Attualmente con chi stai studiando e quali concerti hai in programma?
Dopo la mia laurea in conservatorio dell’anno scorso, dal 2024 frequento l’Accademia del Teatro alla Scala. Abbiamo un programma interessantissimo, andiamo in tournée e ho anche l’onore di suonare in un teatro di altissimo livello. Ad esempio, a settembre abbiamo suonato per un balletto con Roberto Bolle e Nicoletta Manni. Attualmente sto frequentando il biennio di musica d’ orchestra da camera a Torino.

Come hai fatto a conciliare scuola e musica?
Questo è sempre stato un aspetto molto impegnativo. La musica ha sempre richiesto uno studio costante, quotidiano e faticoso. Nonostante questo ho sempre voluto ottenere risultati importanti, anche a scuola. Purtroppo nel mio percorso scolastico ho avuto un anno in cui ho dovuto intraprendere il percorso da privatista a causa dei numerosi concerti.
Come ti sei trovato a Valsalice, avevi in particolare una figura di riferimento?
Valsalice è sempre stata una scuola che mi ha dato tantissime opportunità. Inoltre, ci sono particolarmente legato, ho infatti frequentato sia le medie che il liceo qui. In particolare i professori Codebò e Fraire alle medie e poi al liceo Bove, Accossato, Sereno e Bruno mi sono stati accanto, anche se tutto il corpo docenti si è dimostrato sempre molto disponibile e cordiale. In più, anche i miei compagni mi hanno sempre aiutato e so di essere stato molto fortunato in questo aspetto.
Come ti vedi nel futuro? Ti piacerebbe conseguire altre lauree?
Sicuramente intendo continuare quello che sto attualmente facendo. Non ho ancora pensato alla possibilità di prendere altre lauree. Ho sempre pensato che i miei percorsi non hanno vie prestabilite, quindi in futuro è probabile che io decida di conseguire altre lauree oltre a quella di cui sono già in possesso.




