Italia, terza condanna

È la verità. Ecco cos’è: la verità, che fa male, eccome.
Due i tempi regolamentari, due quelli supplementari così come due i rigori falliti che hanno visto sgretolarsi vane speranze, infime certezze e qualsiasi velleità che, anche se non è scontato, qualcuno ancora nutriva per quei ventotto ragazzi chiamati da mister Gattuso. Ventotto uomini con addosso la storia: dalla maglia blu Savoia al tricolore, tinto di rosso come il sangue versato in battaglia.
Martedì sera, però, la storia è stata diversa: la maglietta era bianca, neutra, pacifica, forse vacua.
Certo, e va ammesso, la sfortuna ha giocato la sua parte: partita anche lei da Coverciano e atterrata, purtroppo, a Zenica, si è insidiata facilmente nel “catino infuocato” accuratamente scelto dai Bosniaci per la partita, sempre a braccetto con gli italiani.

Non si può non citare, ovviamente, l’espulsione fatale del 41°: una sorta di suicidio calcistico compiutosi definitivamente all’80°, quando la Bosnia ha espugnato un ormai stremato Gigio Donnarumma. Ancora si rimpiangono le due macroscopiche occasioni gettate via e i due episodi (un rosso e un rigore mancanti) non passate sotto il vaglio del VAR.
Tuttavia, tolti gli alibi, resta un’Italia confusa, chiusa e insicura quella scesa in campo martedì.
La perfetta testimonianza di un sistema che sta in piedi per miracolo, e che ogni quattro anni cade.

Questa non è, perciò, solo la sconfitta di una squadra o di un gruppo.
È la sconfitta degli italiani, bloccati in uno straziante deja-vu come in un incubo infantile, che forse, giunti in età adolescenziale, a dodici anni tra poco sedici dall’ultimo mondiale, sarebbe bene lasciare andare.
È la morte dei figli, costretti ad andare a dormire, una volta ancora, chiedendosi cosa accadrà al loro paese dopo una esclusione così pesante.
E insieme è la morte dei padri, sempre più preoccupati, più che dispiaciuti, di vedere il disamore prendere il sopravvento sulla passione dei figli, di dover assistere inermi al troncamento di una tradizione così radicata.
Ecco cos’è stato martedì: una lotta esiziale.
Impossibile da dimenticare l’atteggiamento dagli undici metri: loro tigri, noi agnelli sacrificali, infinitamente troppo “pii” anche nel mandare un ragazzo così giovane a calciare il primo rigore, giustamente caduto tra le grinfie della curva dei “Dragoni”.
Gli eventi sono tanti, ma la verità è una, ogni volta più schiacciante: il “fenomeno” calcio in Italia è collassato. Soldi, poca meritocrazia e ancora soldi fanno da sfondo a un mondo spesso e volentieri marcio, che si distrugge dall’interno e che dissuade sempre di più, piccoli e grandi, ad appassionarsi a ciò che – seppur definito dai “vertici” così professionistico e diverso da ogni altro – un tempo era uno sport e, forse, doveva rimanere tale.




