Il posto vuoto al centro della folla

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Una delle domande più “stupide” che ci si pone è: chi chiameresti per seppellire un cadavere alle tre di notte? Sembra una bambinata, ha un retrogusto macabro, quasi ridicolo. Ma se ci pensate ha un significato profondo: chi è che sarebbe lì per te, per qualunque cosa, brutta o bella che sia, senza fare domande? Se hai una risposta, sei fortunato. Perché molti non ce l’hanno, non perché siano soli nel senso classico, ma perché non si fidano di nessuno, o semplicemente non hanno nessuno a cui aggrapparsi davvero.

La solitudine vera non è quella dei film, dove il protagonista è solo in una stanza buia con la pioggia fuori. Quella è la versione scenografica. La solitudine vera è più subdola, più difficile da nominare. È stare in mezzo alla folla e sentirti comunque il posto vuoto. È avere una rubrica piena e non sapere chi chiamare. Sono spesso proprio le persone che sembrano avere tutto, il gruppo, le uscite, i piani, quelle che dentro hanno di meno. Perché la quantità non ha mai sostituito la veridicità. Puoi conoscere migliaia di persone e non avere nessuno con cui trascorrere una domenica senza impegni, senza dover giustificare la tua presenza.

Non tutta la solitudine nasce dall’essere ignorati o dimenticati. C’è chi se la ritrova davanti all’improvviso — perdendo qualcuno. E con quella perdita arriva un vuoto strano, la sensazione che il mondo vada avanti mentre tu sei fermo lì, a pensare che quella persona con cui parlavi ieri non c’è più. Il letto è lo stesso, la cucina è la stessa — ma il silenzio ha un peso diverso.

La solitudine più difficile però rimane quella invisibile — quella di chi c’è ma non viene davvero visto. Sempre la seconda scelta, quello che si aggiunge quando manca qualcun altro. Non c’è un momento preciso in cui te ne accorgi. È lento, sottile, come l’acqua che entra da una finestra mal chiusa. Prima non te ne accorgi, poi un giorno ti ritrovi con il pavimento bagnato e non sai da quanto tempo piove.

Le fotografie che accompagnano queste pagine non sono casuali. Una persona sola in uno spazio vuoto fa male agli occhi perché fa male al petto, perché in fondo sappiamo tutti cosa vuol dire essere quella persona. E sappiamo anche, anche se non lo ammettiamo, cosa vuol dire aver fatto finta che qualcuno non esistesse.

Ignorare qualcuno non è maleducazione. È violenza silenziosa, e fa male esattamente quanto. Eppure succede ogni giorno: qualcuno viene escluso solo perché è diverso, perché reagisce in modo strano, perché non rientra negli schemi. Come chi è autistico. Non fa niente di male. È solo diverso. E quella diversità basta per renderlo invisibile. Il cervello umano elabora l’esclusione sociale nelle stesse aree in cui elabora il dolore fisico. Siamo animali sociali, ci siamo evoluti per fare affidamento gli uni sugli altri. Ignorare qualcuno è andare contro qualcosa di profondamente umano.

Chi ha imparato a stare nel silenzio sviluppa qualcosa di raro,  un sesto senso per le cose non dette. Impara a leggere una spalla curva, uno sguardo che finge di stare bene, una risata che arriva mezzo secondo troppo tardi. Chi ha sentito cosa vuol dire essere invisibile, non lo fa sentire agli altri.

La solitudine, se non ti spezza, ti affina. Ma nessuno dovrebbe essere costretto a imparare quella lezione da solo.

Joao Paolo Curto



Il Salice

Il “Salice” nasce nel 1985. Negli ultimi sette anni sono stati pubblicati più di 2000 articoli online.


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