Riflex: l’empatia come obiettivo

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C’è un momento, brevissimo, che esiste prima del sorriso. Prima che la persona si accorga dell’obiettivo, prima che sistemi i capelli o raddrizi la schiena. Un momento nudo, in cui il volto dice quello che la voce non dirà mai.
È lì che vive la fotografia vera.
Non nelle pose studiate, non nelle luci calibrate in studio. Ma nel tremore di due mani che si cercano al tavolo di un bar, nella piega della bocca di un uomo che dorme su una panchina con tutta la sua vita stretta in un sacco di plastica, nello sguardo di una coppia che litiga e poi si ritrova — e in quell’attimo di ritrovarsi c’è qualcosa di così potente che nessuna parola potrebbe contenerlo.

 

 

La ritrattistica classica ci ha abituati a un’idea di bellezza che esclude. Esclude la stanchezza, esclude la solitudine, esclude i martedì grigi e i volti che non hanno dormito. Ma la gente — la gente vera — è fatta esattamente di quelle cose. E ignorarle non è eleganza, è vigliaccheria.
Un barbone che piange non è un soggetto scomodo. È un essere umano che sta vivendo qualcosa di reale, probabilmente più reale di qualsiasi sorriso che abbiamo visto sfilare sui social questa mattina. Fotografarlo con rispetto, con distanza giusta e sguardo onesto, non è impicciarsi: è testimonianza. È dire io ti ho visto, e quello che provi ha dignità di esistere.
Lo stesso vale per una coppia innamorata ripresa di spalle, mentre si guardano senza sapere di essere guardati. Non c’è bisogno che si girino. L’amore lo vedi nelle spalle, nel modo in cui uno piega il collo verso l’altro come se cercasse calore.

 

 

Ma c’è un aspetto di cui si parla poco, quasi un segreto che i fotografi si tramandano sottovoce: questo lavoro trasforma anche chi sta dietro all’obiettivo.
Quando passi ore ad osservare le persone senza interferire, impari a leggere il linguaggio silenzioso del corpo umano. Impari che una spalla curva può contenere anni di fatica, che uno sguardo perso nel vuoto non è assenza ma elaborazione, che il modo in cui qualcuno stringe una tazza di caffè può raccontare se si sente al sicuro o completamente solo. Il fotografo empatico diventa, col tempo, un traduttore di emozioni — le riconosce prima ancora di nominarle, le sente nell’aria prima ancora di vederle nel mirino.
La fotografia è anche questo: uno strumento di crescita interiore. Ogni scatto obbliga a fermarsi, a chiedersi cosa sta provando questa persona? e poi, quasi sempre, l’ho mai provato anch’io? La fotografia diventa allora uno specchio doppio — riflette il soggetto, ma rimanda qualcosa anche a chi scatta. Ti insegna la pazienza, l’umiltà, la capacità di stare nel disagio altrui senza fuggire. Ti insegna che le emozioni difficili — la tristezza, la rabbia, lo smarrimento — non vanno evitate. Vanno guardate. Perché solo guardandole davvero si impara a riconoscerle, dentro e fuori di sé.

 

 

L’empatia non è una tecnica fotografica. Non si imposta sullo schermo, non si trova nel diaframma o nei millimetri della focale. Si porta dentro, e si porta fuori — sul marciapiede, nei mercati, nelle stazioni, nei locali alle tre di notte quando la gente ha smesso di recitare.
Il fotografo empatico non caccia l’immagine. La aspetta. Sa che il suo compito non è intromettersi nella vita degli altri, ma diventare così silenzioso, così presente, da dissolversi nell’aria mentre la vita accade lo stesso.
E quando scatta — in quell’unico, irripetibile istante — non sta rubando niente. Sta custodendo qualcosa.

 

 

Riflex parla di questo. Di occhi che sanno guardare prima ancora di inquadrare. Di fotografie che fanno sentire qualcosa allo stomaco, non solo agli occhi. Di persone felici, certo, ma anche di persone sole, arrabbiate, esauste, perdute — perché la vita è tutto questo insieme, e una fotografia che racconta solo metà della storia, non racconta niente.

La reflex coglie. Il riflettere comprende. Riflex fa entrambe le cose — un istante alla volta, una persona alla volta, un’emozione alla volta.
Sempre.

Joao Paolo Curto



Il Salice

Il “Salice” nasce nel 1985. Negli ultimi sette anni sono stati pubblicati più di 2000 articoli online.


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