L’enigma del mostro di Firenze

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C’è una ferita profonda che attraversa le colline toscane, una cicatrice invisibile che il tempo non è mai riuscito rimarginare del tutto. Tra il 1968 e il 1985, mentre il mondo celebrava la bellezza dei cipressi e la luce dorata del Chianti, un’ombra metodica e feroce scivolava tra i filari. Sedici vite spezzate, otto coppie di fidanzati uccise nel silenzio della notte. Questa è la storia del Mostro di Firenze, un enigma che ha smesso di essere semplice cronaca nera per diventare il racconto di un’Italia oscura e sotterranea.

L’assassino colpiva con la precisione di un predatore e la freddezza di un fantasma. La sua firma era una Beretta calibro 22, caricata con proiettili Winchester serie H, un dettaglio tecnico divenuto il filo conduttore di un terrore durato quasi vent’anni. Ma non erano solo gli spari a sconvolgere gli inquirenti, bensì ciò che accadeva dopo. In più episodi, il killer si trasformava in un chirurgo della follia, infierendo sui corpi femminili con asportazioni rituali eseguite con una precisione agghiacciante. Quel modus operandi suggeriva una figura organizzata, capace di muoversi nell’oscurità con una padronanza del territorio che sfiorava l’onnipresenza.

 

 

Tutto ebbe inizio in una notte dell’agosto del 1968, a Castelletti di Signa, con quello che all’epoca sembrò un brutale delitto d’onore. Il primo sospettato fu Stefano Mele, un manovale sardo fragile e tormentato, marito di Barbara Locci, uccisa insieme al suo amante, mentre il figlio Natalino dormiva sul sedile posteriore. Mele confessò il delitto e finì in carcere, ma il suo arresto non fermò la scia di sangue. Mentre lui era dietro le sbarre, la stessa pistola tornò a sparare anni dopo, trasformando Mele in un enigma vivente: un uomo che forse sapeva chi avesse impugnato l’arma quella notte o a chi l’avesse consegnata, portando con sé quel segreto fino alla tomba e dando il via alla cosiddetta “pista sarda”, un labirinto di sospetti e omissioni che per anni ha rallentato la caccia al vero colpevole.

Le indagini si sono poi perse in un dedalo di specchi, un percorso tortuoso fatto di piste abbandonate e testimonianze fragili, fino ad arrivare negli anni Novanta, a Pietro Pacciani. Il contadino del Mugello, dal passato violento, divenne il volto del male, sospeso tra una brutalità arcaica e un’innocenza sbandierata davanti alle telecamere. Accanto a lui emersero i cosiddetti compagni di merende, Mario Vanni e Giancarlo Lotti, personaggi marginali e grotteschi che, tra confessioni frammentarie e accuse incrociate, hanno portato a condanne definitive senza, però riuscire a diradare del tutto i dubbi sulla reale natura del gruppo.

Ancora oggi, a decenni dall’ultimo duplice omicidio degli Scopeti, il caso rimane un’opera incompiuta. Le zone d’ombra continuano ad alimentare ipotesi inquietanti: si è parlato di mandanti occulti, di logge esoteriche e di livelli superiori che avrebbero commissionato quei macabri trofei per scopi innominabili. Il Mostro era davvero un uomo solo, un gruppo di sbandati, o il braccio armato di qualcosa di molto più potente e protetto? La Toscana ha continuato a vivere, a produrre vino e a incantare i turisti, ma per chi conosce questa storia, il silenzio delle sue notti in collina porta ancora con sé un’eco lontana. È il peso di una verità mai del tutto emersa, un mistero che resta incastonato nel paesaggio.

 


Il Salice

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