Primus supra pares?

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C’è qualcosa che ha sempre legato la storia e gli uomini, un filo sottile con il potere di sostenere le comunità o di distruggerle completamente. Quel filo è la politica, arte che si connatura nell’uomo in quanto” ζῷον πολιτικόν”. La tέχνη πολιτική non è manipolazione né supremazia, anzi. Essa è pensare e agire per il bene della comunità, basandosi sui valori dell’ascolto, della partecipazione, e del confronto.

Le società antiche ci guidano nella sperimentazione di quest’arte: in Grecia la politica era fondamentale, non solo in età classica con personaggi illustri come Pericle, ma fin dall’età arcaica in cui essere abitante della polis implicava interesse e partecipazione all’ambito politico. La democrazia era diretta, la βουλή era cuore pulsante della politica, e ogni battito era binomio di confronto e discussione. La politica superava i confini della βουλή e si estendeva anche a teatro, dove venivano messe in scena tragedie e commedie inclini a sferzare i toni politici del tempo. Basti pensare ad Aristofane che con le sue opere provocava risate che celavano riflessioni profonde sulla società, filosofia, ed educazione. E lo stesso Protagora, in ambito filosofico, disse che “L’uomo è misura di tutte le cose” ma, per non cadere in un’idea anarchica, definì che c’era un criterio: l’utilità. Non per sé stessi, ma per la comunità. Ed è questo il punto da cui dipartono le infinite linee della storia della politica.

Anche a Roma l’arte politica era fondamentale: Cicerone con le sue orazioni mostrava agli occhi di tutti corruzioni, furti, usurpazioni, perché egli amava Roma. Nelle Verrine disse:” Alcuni chiamano questa questione passione (studium), i Siciliani invece lo chiamano rapimento” scavando a fondo la “neolingua” di Verre che rubò tutto ciò che brillava oscurando nel buio più tetro la meravigliosa isola.

Qui emerge anche il rapporto fra linguaggio e politica: l’arte della parola non deve ingannare né persuadere, bensì esporre affinché ognuno possa maturare una propria idea. Idee e parole infatti sono materie prima di quel filo: nel Medioevo, ad esempio, la costruzione ideologica per manifestarsi” Primus inter pares” era un’arma della politica. Un esempio eclatante è raccontato dallo storico Marc Bloch nel saggio del 1924 “I re Taumaturghi” in cui narra l’idea, e la convinzione diffusa nel popolo, che i monarchi potessero curare la scrofola con la sola imposizione delle mani e la formula “Il re ti tocca, Dio ti guarisce”.

È dalla scucitura della persuasione e della manipolazione che risultano casi in cui a governare non è il bene della comunità, ma la supremazia. I distopici sono la voce di questi episodi: Orwell e Bradbury nei loro romanzi narrano di protagonisti che lottano contro la politica in cui regna il binomio di supremazia e repressione del dissenso. Essi sono lucciole nel buio della politica nociva e sbagliata che lottano per rivedere la luce. Potremmo poi pensare ai sofisti Crizia e Trasimaco e le loro idee per cui vige “La legge del più forte”, ma tutto ciò si allontana dalla politica nata per il bene della comunità. Ancor peggio si rischia di maneggiare la politica con le armi (Cicerone ricorderebbe “Cedant arma togae”) sopprimendo idee diverse e creando silenzi assordanti che urlano di essere ascoltati. Nascono le ribellioni e casi eclatanti come Tangentopoli, la Rivoluzione Francese, le lotte contro lo sfruttamento della classe operaia, o la rivoluzione dei Ciompi che, come racconta anche Barbero nel saggio “All’arme, All’arme i priori fanno la carne”, lottano per maggior diritti e per rompere il silenzio che li opprimeva.

Quando riflettiamo sulla storia della politica notiamo sempre di più che non sempre essa lega gli uomini, bensì spesso quel filo li strozza, li allontana, o li persuade. Rischiamo di entrare in un “eterno ritorno” di demagoghi, concussioni e corruzioni. I valori dell’eloquio funzionale, della ricerca del bene e del confronto vengono soppressi dalla supremazia, egoismo e insaziabilità di potere. Forse ora stiamo guardando alla storia con lo stesso sguardo deluso e disincantato di Dante al pensiero della sua amata e lontana Firenze, definita da lui stesso nel canto VI dell’Inferno “La città partita”, nelle mani di corrotti ed egoisti.

È dunque nostro dovere, in quanto “cives”, costruire e contribuire a una politica il cui fine è il bene della comunità: seminando ascolto, dialogo, e confronto rinasceranno i rigogliosi frutti della tέχνη πολιτική.

 

Costanza Castorina



Il Salice

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