Politica e storia, mani sporche e mani pulite

George Orwell ne “La fattoria degli animali” presenta un panorama, in particolare quello russo, sprofondato in una grave crisi del sistema politico. Gli animali vogliono cacciare gli usurpatori e poter autogovernarsi. I giusti, tuttavia, vengono messi da parte e alcuni maiali, dapprima tra i fautori della rivolta, vengono infine trovati a banchettare con gli umani. La “classe politica” che doveva servire tutti gli animali e che era arrivata al potere per non ripetere le malefatte dei precedenti era fallita. Non però, la politica. Avevano fallito i singoli, inebriati dall’agiatezza menefreghista derivata dal potere.
La politica infatti, nella sua essenza, è prima di tutto servizio al cittadino.
La “politeia” come si intende oggi, fiorisce nel contesto dell’Atene classica. Quell’Atene in cui, secondo il professor Massimo Cacciari, tutti i cittadini sono filosofi e amano il bello. E’ in queste circostanze, permeate di un afflato così filosofico, che il governo del popolo non è sola idea, ma prende forma.
Il cuore della democrazia, infatti, era l’”ekklesia”: l’assemblea a cui tutti i cittadini potevano e dovevano prendere parte. Per massimizzare l’affluenza, i salariati usufruivano persino di oggetti contrassegnati, testimonianza diretta della loro partecipazione.
Era infatti considerato “idiotes” il privato cittadino che non guardava alla vita politica.
Le élite governative, tuttavia, sono sempre esistite ed è chiaro che non vi fosse una sostanziale uguaglianza sociale ed equo peso politico per tutti.
Se ci si addentra nei meandri della storia si arriva a Roma: la terra da cui la monarchia era stata ineluttabilmente debellata e adesso era in auge la “Res Publica”. La politica era quindi affare pubblico, che tangeva ogni cittadino.

Stonano, però, con questa definizione innumerevoli figure: un nome è senz’ombra di dubbio Gaio Verre.
Il governatore della Sicilia non aveva solo governato rubacchiando il lecito (ciò che, se anche non “de iure”, accadeva come norme “de facto”), si era comportato in maniera a dir poco dissoluta. Ciò che lui chiamava passione si era tramutato in un vero e proprio “latrocinium”. Rubava nei templi e nelle case, dalle piazze (pubbliche) e dal contado.
La corruzione e la concussione che lo toccarono non ebbero limiti: i conti erano manomessi, i bilanci pure.
Nelle carceri sotterranee il nome di non pochi romani era stato accidentalmente scambiato con quelli di chissà quali stranieri.
Una cosa è certa: da quando Verre aveva levato le tende negli occhi di ogni siciliano rimaneva pietrificata un’immagine, che pure si era macchiata di una certa drammaticità; un grido riecheggiava straziato: “Sono un cittadino romano, sono un cittadino romano”. Il governatore non aveva solo pensato ai suoi affari, né era stato meramente dissoluto.
Aveva imprigionato, crocifisso e ucciso dei cittadini romani, senza alcun processo.
Lo stesso Cicerone che si ergerà in difesa della cosa pubblica e che, mettendo in ballo etica e morale, vincerà una giuria corrotta da affiliati di Verre, difenderà un governatore che un po’ più a nord si sarebbe macchiato di crimini non tanto dissimili rispetto a quelli di cui il protetto di Ortensio era accusato. Cicerone, infatti, fu avvocato e perciò difese chi capitò, quasi sempre senza una previa cernita di carattere morale, ma anche uomo politico. Fu per lo più retto nel suo potere ed è accertato che ponesse come Bene supremo quello di Roma, da raggiungere però ovviamente mediante il suo successo. Questa ambivalenza di ambizioni fece in modo che le scelte dell’oratore fossero guidate dall’interesse: persino il modello per eccellenza di Petrarca non si è sempre curato di servire il cittadino. Bisogna infatti constatarlo: anche la politica di Roma era un continuo barcamenarsi tra affari e interessi propri e altrui, le alleanze erano effimere quanto foglie di un ramo: appena il vento cambiava erano avvezze a perire.
Per il raggiungimento del consolato, infatti, Cicerone truccò i voti e sconfisse Catilina, lo stesso che è oggi stigmatizzato negativamente dall’opinione pubblica.

Questi fu poi uno dei fautori della cosiddetta riforma agraria, una causa certa dell’epilogo repubblicano, mentre l’elogiato Cicerone, per la posizione tra gli “optimates” che ricopriva bocciò inesorabilmente ogni tentativo di cambiamento. I martiri della riforma agraria furono molteplici.
Il Bene di Roma era stato sopraffatto dalla sua considerazione sociale e dalla sua personale preferenza cosicché anche Cicerone si può ritenere per infinitesima parte causa del tracollo della repubblica.
Si incontra nel periodo medievale l’istituzione comunale: è il “signore collettivo che si autogoverna”. Il comune, infatti, fu vera e propria espressione della comunità che certamente partì dalle élite, ma arrivò fino alle classi meno elevate grazie alla sua continua evoluzione. Questo sistema attingeva da quello romano (vi erano i consoli, carica collegiale) ma riuscì ad essere il più possibile indipendente dalle mire degli altri poteri locali così come da quelle di papato e impero. Pur con ogni limitazione la politica era al servizio del cittadino. Si concorreva ad evolversi all’insegna di un’equità: rilevante è, infatti, il graduale passaggio al comune “podestarile”; quello consolare era stato infatti incapace di saggiare le istanze per cui era nato. Perciò per il bene delle città vennero chiamati dei politici di professione “super partes” ed incorruttibili.
Altro uomo politico fu invece Federico II di Svevia che, sebbene caratterizzato da luci e ombre come ognuno, si fece fautore e garante della cultura, fondò università e chiamò a sé uomini acculturati che arricchissero i suoi sudditi, non solo la sua corte.
Giunti ai giorni nostri ci si trova a confrontarsi con la realtà: così come nei secoli precedenti anche oggi la politica è fatta di uomini.
Il partito della “Democrazia Cristiana” poteva essere testimonianza vera di una classe politica espressione della maggioranza e molti, anche giustamente, la mitizzarono e idealizzarono.
La bolla, però, scoppiò con Tangentopoli e molti uomini insigni dei partiti di governo vennero mostrati con le mani sporche, ree di corruzione, della stessa, biecamente identica, a quella della Roma del processo a Verre. Anche in quel caso si era parlato di “bustarelle” al punto in cui Cicerone non processava un uomo, bensì la gran parte dei giudici che aveva di fronte, e così Di Pietro ha fatto con l’immoralità di quella classe politica.

Nelle circostanze ancora più attuali, nell’era dell’avvento della psicologia, i cittadini sono ormai abituati a sostenere politici in preda a molteplici e sempre nuovi dissidi interiori. Chi subito parteggiava per un lato poi si ritrova dall’altro; chi la pensava o, meglio, diceva di pensarla in un modo arriva, il più delle volte, a contraddirsi.
Un esempio ne è il ministro Matteo Salvini, le radici della cui carriera affondano in partiti di aspirazione comunista, per quanto oggi sia stimato per essere di destra. Questo, tuttavia, non significa che cambi senza guardare al bene del paese e per meri interessi personali, poiché anche un uomo come lui può aver commesso qualche “peccato” di gioventù.
Guardiamo allora all’attuale presidente del consiglio Giorgia Meloni che da ferma scommettitrice che era sulla vittoria ucraina ai danni della Russia, chiesto conto delle sue parole è arrivata ad affermare di non aver mai accostato la parola “vittoria” a quella dell'”Ucraina”.
Cercando, però, di guardare dall’alto e con occhio più critico questo Parlamento, ad esempio analizzando alcune statistiche, non possono non saltare all’occhio quei parlamentari che nel periodo di un anno non riescono a collezionare nemmeno una manciata di presenze al lavoro.
Se l’Italia ancora non basta, ci si può spostare negli Stati Uniti nei quali il Presidente Trump ha istituito l’Ice, un gruppo paramilitare che avrebbe il compito di garantire sicurezza. Sostanzialmente ha legalizzato lo sfogo e abuso di violenza da parte di privati.
Proprio quel Trump che con il pretesto della pace e del rispetto dell’essere umano riesce ad accaparrarsi pozzi petroliferi e ricchi terreni; proprio lo stesso che sostiene che il suo unico freno è la sua stessa moralità. Proprio lui che va contro il diritto internazionale e le leggi etiche di moltissimi altri Stati che, perciò, sono rese vacue di ogni funzione:
ancora oggi servirebbero per servire sempre il cittadino e fare della “polis” un posto migliore.




