Quando Platone smette di essere statua

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Le classi terze hanno avuto l’occasione di incontrare la scrittrice Annalisa Ambrosio, esplorando la sua professione e il “dietro le quinte” del suo libro “Platone: Storia di un dolore che cambia il mondo”. Durante la conferenza, abbiamo imparato a conoscere Platone non come statua, ma come uomo.

Scrittrice e direttrice didattica del corso di laurea triennale alla Scuola Holden, ci insegna che la scrittura non è talento, ma passione. Fondata da Alessandro Baricco e i suoi amici nel 1994, la scuola Holden prende il nome dal protagonista di un romanzo di J.D. Salinger, il quale viene espulso dalla sua scuola perché non aveva soddisfatto le aspettative. Così come Holden trova dei maestri nel corso della storia, allo stesso modo la Scuola insegna a persone che si sentono tagliate fuori dalla scuola tradizionale come esprimere la loro voce.  

Abbiamo poi riflettuto sul suo libro, di come sia nato e di che temi tratti. 

Dal momento che la sua professoressa di filosofia del liceo le ha raccontato il viaggio di Platone a Siracusa, l’episodio le è rimasto impresso nella mente, perché ha compreso che il filosofo non era una figura bidimensionale, ma una persona. La tendenza più comune è quella di appiattire i personaggi storici, a causa delle poche informazioni che si hanno su di essi. Questo è proprio ciò che ha spinto la scrittrice a scrivere questo libro: ricercare un incontro con Platone, che lo rendesse uomo e non statua. Per realizzare questo, il primo passo è stato ricostruire la figura di Platone. E’ riuscita a trovare solo due caratteristiche: la voce da cicala, stridula e acuta, e, dal suo nome, che aveva le spalle larghe. Però per restituirgli un’infanzia, dei sogni e delle sofferenze, ha avuto bisogno di completare quelle lacune nel suo ritratto, riempiendole con dettagli verosimili. 

Il libro affronta quattro temi.

Il primo è l’incontro umano tra Socrate e Platone. Ancora più difficile di ricostruire la sua figura è stato ricostruire il loro rapporto, in particolare quello maestro-allievo. Socrate non aveva redatto nessun testo, credendo che la scrittura non permettesse di esprimere al meglio la filosofia, ma al contrario la appiattisse: doveva essere veicolata attraverso il dialogo. Dalle ricerche e l’immaginazione, conclude che il loro non era il classico rapporto che conosciamo. Oggi pensiamo più a un insegnante, ma Socrate rappresentava la figura del maestro, che non prova invidia nel momento in cui l’allievo lo supera, ma è persino felice. 

Platone e Socrate erano due persone estremamente diverse per carattere, età e ricchezza. Vivono appunto un rapporto particolare, soprattutto perché la dinamica maestro-allievo non riesce a completarsi a causa della morte di Socrate. Questo evento getta Palatone nello sconforto, e sviluppa il desiderio di rimanere a contatto con le sue parole, al posto di superarlo. Inizia quindi a scrivere dialoghi dove Socrate è il protagonista.

Inoltre, da quando è nata la scrittura, siamo la società che scrive di più, più di qualsiasi altra epoca. Tuttavia, scrivere è diverso da raccontare. Una storia è un susseguirsi di fatti e emozioni, sono contenitori organizzati in modo da suscitare reazioni nel lettore per il modo in cui sono scritti. 

Storicamente, prima dei saggi filosofici, nascono i poemi, che trasmettevano un pensiero attraverso un racconto. Solo successivamente si è sviluppato il saggio, come forma più razionale. Platone rappresenta un punto di incontro tra questi due modi, la narrazione e filosofia si uniscono nei dialoghi e nei miti, prendendo forma di personaggi, scene e azioni.

Eppure, nell’epistola VII, Platone è il primo a esprimere il suo sospetto verso la scrittura. Sostiene che ciò che è veramente importante non si può dimenticare, di conseguenza la scrittura non è necessaria.

Questo è un tema di grande attualità. Oggi viviamo in un mondo ancora più pieno di informazioni e testi, ma il rischio è lo stesso che Platone denunciava: confondere l’accumulo di parole con il vero sapere. Per questo rimane fondamentale l’idea socratica del “sapere di non sapere”: la consapevolezza dei propri limiti è il punto di partenza di ogni conoscenza autentica.

Poi, Platone usa il meccanismo della storia per rendere visibile l’invisibile. Per capire davvero cosa significhi immaginiamoci una scena.

Una famiglia va in montagna. I genitori entrano in casa, lasciando il bambino fuori a giocare. Il bambino si accorge di essere da solo, e questo li crea angoscia. Inizia a chiamare i suoi genitori, ma non rispondono, così urla che c’è un serpente. Allora i due si precipitano fuori, preoccupati per l’incolumità del figlio, ma quando il padre inizia a chiedergli dettagli a riguardo capisce che si trattava di una bugia. Non esisteva nessun serpente. O forse sì. L’animale era la manifestazione dell’angoscia del bambino, non reale nel mondo esterno, ma esisteva. 

Anche Platone usa delle immagini e dei racconti. Nei suoi miti e dialoghi, il suo pensiero assume una forma concreta. E’ una lingua filosofica capace di parlare attraverso storie, di coinvolgere il lettore per trasmettere il suo pensiero.

Infine, come dice il titolo, affronta il dolore: come si può trasformare un sentimento così complesso in qualcosa che ci aiuti a compiere un cambiamento? La scrittura è un modo per farlo, trasformando queste emozioni in qualcosa di positivo, dando la possibilità di elaborarle e dare loro un senso.

Quando si racconta una storia, e in particolare partendo dal personale, è fondamentale raggiungere l’universale in modo da rendere la storia comprensibile e accessibile a tutti. Così ha fatto Platone: ha scritto ed elaborato il suo dolore per la morte del maestro Socrate, in modo da trasformare la società. 

Ed è con questa storia, che Annalisa Ambrosio ha permesso a Platone di scendere dal piedistallo e diventare uomo nuovamente.

Isabel Rolle



Il Salice

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