Il folle diamante che risplende – 50 anni di Wish You Were Here

Wish-You-Were-Here

di Antonio Capozzi

5 giugno 1975. I Pink Floyd sono in studio a completare il missaggio finale di Shine On You Crazy Diamond. Entra nella stanza un uomo sovrappeso, la testa e le sopracciglia completamente rasate. Nessuno lo riconosce. Alcuni pensano sia un tecnico della EMI, altri un amico di qualcuno. Era Syd Barrett, storico membro e fondatore del gruppo da cui si era allontanato per il suo crollo nervoso dovuto ad abuso di psicofarmaci.

Il racconto dei 50 anni di Wish You Were Here, nono album di studio dei Pink Floyd, inizia con questa storia perché forse è l’aneddoto che esprime meglio come questo album chiuda in un certo senso il cerchio.

Dopo il successo del suo predecessore, The Dark Side Of The Moon, le aspettative erano altissime, nessuno sapeva cosa aspettarsi dopo un capolavoro del genere. I Pink Floyd iniziano la scrittura del disco con un grande peso sulle spalle, anche consapevoli, però, che il loro rapporto stava in qualche modo cambiando, la fraternità nata tra di loro era velocemente svanita, forse proprio per il rapido successo. Roger Waters decide allora che l’album nuovo sarebbe stato un concept, con il quale avrebbe potuto raccontare come viveva la situazione. Ma vediamo come questa idea si sviluppa canzone per canzone.

Remember when you were young?
You shone like the Sun

L’ascolto si apre con Shine On You Crazy Diamond (I-V), la prima parte di una suite maestosa. Questa canzone è dedicata proprio a quel Syd Barrett che successivamente è andato a visitarli, viene ricordato con affetto prima del suo crollo emotivo, che lo ha portato all’allontanamento dal gruppo. Musicalmente si può dire che riassume l’essenza dei nuovi Pink Floyd. La voce entra all’ottavo minuto, dopo un’introduzione lenta, pacata ma emozionante, e raggiunge l’ascoltatore come una dolce coccola commovente.

Successivamente c’è Welcome To The Machine, pezzo che aggiunge al concept principale anche quello di critica all’industria musicale, vista da Waters anche come una delle cause dell’indebolimento del loro rapporto. La sonorità che ci viene presentata è inusuale, si sentono rumori di fabbrica accompagnati da sintetizzatori che ci fanno credere di star ascoltando qualcosa di poco umano.

Have A Cigar continua la critica verso il mercato discografico, parlando dei pezzi grossi di questo settore in maniera dispregiativa. La composizione del brano è più simile a quella di una canzone rock standard, anche se si sente il tocco Floydiano che dà un nuovo sapore alla canzone.

Poi arriva Wish You Were Here, title-track e ennesimo capolavoro. La reputo una ballad perfetta, che riesce ad entrarti nel cuore e farti sentire piacevolmente vulnerabile ogni volta che l’ascolti. Inizia con una chitarra acustica e sfocia in un uno dei migliori ritornelli mai scritti. Questa canzone parla nuovamente della situazione di Barrett ma anche del carattere di Waters stesso.

L’album si chiude con l’altra metà della suite iniziale, Shine On You Crazy Diamond (VI-IX). Molti temi musicali vengono ripresi e riarrangiati o cambiati. Anche questa è principalmente strumentale e raggiunge picchi elevatissimi. Inoltre il finale di questa canzone (e del disco intero) è una delle migliori conclusioni mai scritte nella storia della musica, amara e malinconica ma che in qualche modo riesce ad arrivare alle note delicate.

Wish You Were Here (Pink Floyd album) - Wikipedia

Wish You Were Here è un disco che ad ogni ascolto riesce ad essere soddisfacente e meraviglioso. Di sicuro è uno dei migliori lavori del gruppo, paradossalmente e ingiustamente un po’ più ignorato rispetto agli altri grandi pilastri (Dark Side, Animals, The Wall). Senza dubbio è un’opera senza difetti e proprio per questo motivo si merita una valutazione di 10/10.

Redazione



Il Salice

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